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Per giusto aprire la rassegna degli ex-voto con il Ritratto di Vincenza Pasini , la donna privilegiata alla quale apparve sul Monte Berico la Madonna, il 7 marzo 1426 e il 1° agosto 1428. Apprendiamo dalla scritta in basso che 'Girolamo Tonisi pittor senese', miracolosamente liberato dalla peste assieme alla moglie, subito dopo, è credibile, cessata l'epidemia nel 1428 ma ancor vivente la Pasini, defunta circa il 1431, ne aveva rilevato il ritratto, 'essendo la buona donna di età di anni settanta'. Custodita gelosamente nella chiesa vicentina di Ognissanti, in Borgo S. Caterina, dove Vincenza era stata sepolta, la preziosa tela veniva esposta alla venerazione dei fedeli ogni 25 di agosto, anniversario della posa della prima pietra del Santuario di Monte Berico. Dal 1810, sconsacrata la chiesa a seguito delle soppressioni napoleoniche e allontanate le monache dall'annesso convento, il patrimonio artistico di Ognissanti andò disperso: fondata tradizione asserisce che l'effige della Pasini sia allora entrata in proprietà dei Conti Sesso, dai quali, in un momento imprecisato, passa al convento di Monte Berico. Nonostante la lunga scritta affermi la tela autografa del Tonisi, risulta evidente, al di là dell'attribuzione non controllabile, che l'antico dipinto si presenta largamente rifatto; anche la grafia e il 'tono' della didascalia sembrano non quattrocenteschi. E' chiaro, pertanto, che sulla stesura pittorica originale, fatiscente per le ingiurie del tempo e degli uomini, si deve essere intervenuti, magari in più riprese: tuttavia, l'impronta della iniziale 'matrice' - una indubbia, vivida e ben caratterizzata immagine di popolana - riaffiora con innegabile sicurezza. Nei tratti risentiti del volto ossuto, marcato dal segno inconfondibile del naso corto e grifgno, si stabilisce qui la tipica iconografia della Pasini, mantenutasi poi costante con minime varianti. Quanto ai probabili momenti che possono aver dato occasione alla manomissione e ai 'restauri' subiti dal dipinto, gioverà ricordare che la chiesa di Ognissanti dove, come s'è detto, era custodito in origine il ritratto, venne totalmente rinnovata nel 1614 su disegno di Giacomo Montecchio; nel 1641 sarà poi effettuata scrupolosa ricognizione del corpo di donna Vincenza e quasi certamente una pesante azione di 'ripristino' deve esser inoltre sopraggiunta dopo inevitabili guasti delle spoliazioni ottocentesche. In stretta relazione con l'effigie della Pasini va considerata la tela con la Storia dell'Apparizione della Vergine sul colle berico: in cinque scene sono colti gli episodi principali della miracolosa vicenda, disposti in una sequenza che inizia dal primo riquadro a sinistra in basso, prosegue nei due immediatamente a destra, sale al primo a sinistra dell'ordine superiore e si conclude in alto a destra. Scritte esaurienti spiegano i singoli fatti, presentati con stringata efficacia in una successione che verrebbe da definire 'cinematografica' : la preghiera di donna Vincenza, la prima apparizione della Vergine (7 marzo 1426); la Vergine traccia con la croce, nel luogo prescelto, la forma della chiesa votiva da costuirsi; donna Vincenza riferisce con insistenza i messaggi della Vergine davanti al vescovo e ai vicentini; il vescovo di Vicenza, in processione, getta la prima pietra del santuario berico. La commistione di modi genericamente toscani risalente al medio '400 con influssi veneti coevi ha fatto pensare ad una possibile assegnazione a quello stesso Tonisi senese cui spetta il ritratto della Pasini: ipotesi in sostanza accettabile. Ma preme sottolineare l'importanza dei riferimenti iconografici offertici in queste scenette, davvero preziosi nella loro puntualità. Così, nella fascia inferiore abbiamo ripetuta tre volte la veduta di Vicenza sullo sfondo del Summano e delle Prealpi, colta dalle pendici del Berico chiusa nella sua cerchia murata con in primo piano il tratto, oltre Campo Marzo, dal torrione di Porta Castello alla Porta Lupia passando per il Ponte Furo, dominando nel fondo la carena (1458-1460) del palazzo della Ragione. Situando, pertanto, questo ex-voto non prima del 1460, vi avremo, comunque, una anticipazione di quel 'panorama' della città confermato poi puntualmente da Marcello Fogolino nelle sue celebri vedute vicentine del 1516-1518 (predella ora al Museo Civico) e dal 1524-1525 (aggiunta alla pala della Madonna delle stelle, in S. Corona), a tutt'oggi indicate invece costantamente quali 'primizie'. Nè qui si arresta il peso delle testimonianze: laddove donna Vincenza appassionatamente perora dinanzi al vescovo, il pittore riproduce la situazione, all'epocaa, dell'attuale piazza del Duomo. A destra è il fianco meridionale della cattedrale con davanti un basso muretto a delimitazione del sagrato; di fronte, l'antico palazzo vescovile, ancora dominato dall'alta torre di ben novanta piedi su trenta di larghezza, e con la lunga ala protendendosi a sud-est: complesso risalente con ogni probabilità alla fine del sec. XII e del tutto scomparso nelle succesive trasformazioni. Al riguardo, una 'documentazione' assolutamente unica, quanto preziosa, considerando che la stampa di Cristoforo Dall'Acqua (1760-1764) relativa alla medesima piazza - stampa cui si è soliti riferirsi, erroneamente, come alla più arretrata nel tempo - cogliendone l'aspetto dal lato occidentaale, volgendo cioè le spalle al palazzo vescovile, è del tutto reticente sull'aspetto di questo, ignora la torre e si limita a un minimo settore terminale dell'ala a sud-est. A differenza dei due 'pezzi' citati, due tavolette pure fissabili al sec. XV rimangono nel vago riguardo ai riferimenti iconografici, quantunque nel Guerriero disarcionato si sia indotti a ritrovarvi, nel paesaggio, magari il profilo dei Lessini e delle alture antistanti, da Monte Crocetta a Montecchio Maggiore; mentre la Chiesa assalita presenta una tozza torre e i 'modellini' di due edifici ecclesiali di indubbio onteresse, specie quello più arretrato, fiancheggiato da annesso ceonvento. La sua facciata ha il tipico contorno mistilineo e ad archi inflessi che caratterizza le chiese quattrocentesche veneziane (S. Zaccaria) e di ascendente lagunare: a Vicenza, l'Oratorio di S. Maria e S. Cristoforo. Molto simile sembra la mano responsabile delle due tavole, interessanti anche dal punto di vista del costume dei personaggi; per la prima volta, inoltre, scorgiamo negli ex-voto apparire la Madonna taumaturga, sola nel Guerriero disarcionato, con il Bambino nella Chiesa assalita: in ambedue i casi senza alcuna attinenza all'effige venerata nel santuario, la statua in pietra dipinta della Madonna della Misericordia, dovuta (1404-1414) a Niccolò da Venezia e traslata a Monte Berico, subito dopo l'erezione (1428) del santuario medesimo dall'originaria sede della scomparsa chiesa di S. Marcello. Semmai ci si rifà all'immagine consueta nella pittura 'maggiore' coeva.
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