www.monteberico.it

Traduttore

Online

 2 visitatori online

Statistica

Tot. visite contenuti : 142749
il Santuario di Monte Berico
Il Seicento PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Edson M.   

Inizia la serie l'ex-voto di Alcide Pagello caduto da cavallo, tela datata 1609. Il nobile vicentino viene disarcionato attraversando il torrente Astico: lo salva l'amico Celio Valle, ausiliatrice la Madonna che, invocata dal Pagello a mani giunte, appare seduta sulla consueta nuvola, circondata da cherubini. Spontanea e disinvolta la narrazione; vivida e fresca la resa del paesaggio che si è voluto identificare nella fascia collinare pedemontana fra Sandrigo e Breganze. Non è fuor di luogo pensare alla paternità di Alessandro Maganza, capace, per l'occasione di una insospettabile spontaneità così lontana dalla sua consueta, calcolata 'maniera', dalle sue preoccupazioni controriformistiche e didascaliche.
Forse solo alla bottega dei Maganza - ma le condizioni non buone del dipinto non favoriscono davvero un'ulterire precisazione - attiene il concitato Assalto di notte, tela seicentesca dei primi lustri del secolo, curiosamente dedicata a due singoli episodi in due diversi contesti ambientali. A sinistra, siamo in Piazza dei Signori, davanti alla Loggia palladiana del Capitaniato della quale si stagliano, inconfondibili, le arcate e i robusti balconi tra le semicolonne giganti; a destra, s'apre uno squarcio profondo di campi e colline dove, dinanzi a una piccola costruzione con un grande arco in facciata (una casa, o megli, una chiesetta?) cavalli e cavalieri corrono agitati. In alto, giusto nel mezzo, l'intervento della Vergine al solito seduta sulla nuvola: e si noti, una volta per tutte come, ancora per parecchi decenni, ci venga costantemente mostrata in usuali vesti dell'epoca salvo alcune varianti che verremo via via rimarcando.
Di intenso sapore maffeiano l'ex-voto con la Dama che offre le sue collane . Qualche difficoltà a chiamarvi in causa lo stesso Francesco Maffei, proponendo per questa tela, come è stato fatto, una datazione - il che par conveniente - al terzo decennio del '600, sarebbe, in fondo, superabile fissandone il momento esecutivo entro il primo lustro e convocando a raffronto 'pezze giustificative' abbastanza probanti.
Alludiamo specialmente alla Apparizione della Vergine a Vincenza Pasini e all'incontro di Esaù e di Giacobbe (Vicenza, Museo Civico) o, accostamento ancor più pregnante e persuasivo, al S. Carlo Borromeo che insegna la dottrina ai fanciulli (Meledo di Sarego, parrocchiale), precoci saggi autogragfi di Francesco, circa il 1623-1625, dove rivediamo scorci di teste, stralunamenti di piani prospettici, un lampeggiare compiaciuto di lumi quali arrichiscono la tela di Monte Berico.
Nè va sottaciuto come anche qui, al pari di quanto rimarcato nell'ex-voto cinquecentesco del Capitanio Tiepolo, balugini nel fondo, a sinistra, sotto la Madonna calante dalla nuvola, quello che parrebbe essere stato il prospetto dell'aggiunta palladiana al santuario: questione per la quale si rimanda alle considerazioni espresse in questa sede. Nella scia, cade opportuno inserire alcune tele, risentite di vaghi impulsi maffeiani, frutto però di mani ben più inesperte. Rari, intanto, gli appigli cronologici.
In una Apparizione della Vergine a tre nobili vicentini in Piazza dei Signori - ove una incredibile, surreale deformazione delle logge superiori e della carena della Basilica Palladiana indica sulla colonna di sinistra i superstiti numeri '166..': non è, quindi lecito spostarsi dagli anni 1660-1669 - la Vergine, in piedi, vi è accompagnata da un santo. Il nobile Paolo Antonio Mororisanato ha voluto segnare in un cartiglio, sormontato dal suo stemma, l'anno 1671 dell'avvenuta guarigione.
Dall'alto il Bambino, in braccio alla Madonna, si rivolge benevolo all'ammalato supplicante. Nell'ex-voto del Nobiluomo,la Vergine e S. Rocco, davanti alla Vergine in piedi, con caratteristica croce astile, e al S. Rocco inginocchiato alla destra, il protagonista prega genuflesso su di un ingiocchiatoio che tanto si avvicina, pur semplificato, a quello della Vergine nella Annunciazione di Orazio Marinali (1695) entro le due nicchie dell'intradosso nell'Arco palladiano delle 'Scalette'.
Inginocchiatoio che si ritrova, con qualche variazione, nella scenetta dell'Etico risanato; qui perfino la congiunta orante si volge dall'inginocchiatoio della Madonna - appoggiata alla croce e china verso chi l'invoca - con una torsione del busto e un moto del capo anche avvicinabili al gesto della ricordata Madonna marinalesca. Nell'Ammalata, S. Francesco e la Vergine, l'usuale croce astile e impugnata dal santo invece Madonna; ugualmente quando l'Ammalato prega S. Francesco e S. Domenico. Questi in ginocchio, intercedono per il loro protetto rivolti alla Vergine di cui rimangono, essendo il dipinto mutilo ai lati, solo parte della testa e della spalla e del braccio sinistri. Attento e preciso il ritratto del Gentiluomo risanato: seduto sul letto, all'estrema sinistra, intesse, a mani giunte, un muto dialogo a distanza con la Madonna che lo conforta, seduta sulla nuvola al capo opposto. Immancabili, dovunque abbiamo visto degli ammalati, i letti ampi, massicci, con gambe e colonnine tornite ai vertici: di forma inusitata, quest'ultime, nel letto del Gentiluomo risanato. Riguardo due ex-voto, quelli della Giovane malata e del Tentativo di ratto notturno, sono stati affacciati richiami a 'modi del Dusman': in effetti, del fiammingo Cornelio Dusman sappiamo che era a Vicenza dal 1669 e vi moriva nel 1680; al di là di questi dati, ben poco, tuttavia, conosciamo della sua attività vicentina. Esiste di lui, presso il Museo Civico, una veduta della Loggia del Capitanio, colta delle antistanti arcate della Basilica, e con il tratto intermedio di Piazza dei Signori popolato di vivaci macchiette; sappiamo poi di un suo 'fregio a olio', con le storie dell'Arca di Noè, in Palazzo Ghellini di Contrà Oratorio dei Proti (fregio perduto causa i bombardamenti 1940-1945), mentre è stata di recente messa pesantemente in discussione la sua responsabilità per un' 'Ultima Cena' nel convento francescano di S. Lucia. Certo, i due episodi in parola rivelano sicurezza della distribuzione dei personaggi e, anzi, nel Tentativo di ratto, capacità di impaginazione del drammatico avvenimento non proprio comuni: ottenendone quasi una 'illustrazione' inconscia quanto suggestiva, in anticipo di circa due secoli su una famosa pagina dei 'Promessi Sposi'. Alla Vergine e a S. Antonio, che provvidenzialmente assistono i difenzori della fanciulla insidiata, si accompagna, tra le nubi, rarissimo caso, la visione del Crocefisso. Da questi due ultimi quadretti vien da ritenere non lontano quello con la Grazia ricevuta dalla famiglia numerosa, tenuto su di una affine falsariga solo del più modesto esito. Una fantesca si unisce al gruppo di famiglia, per noi oggi insolitamente numeroso, composto dai genitori e cinque figli dei due sessi e varia età; alle pallottole che entrano dalla finestra sulla destra fanno schermo la Madonna, inginiocchiata in alto a sinistra, unitamente a ben tre santi, intercedenti perfino le anime del Purgatorio, evocate traa le fiamme, in mezzo a due dei santi. Assieme Maffei, è Giulio Carpioni l'altro protagonista della scena pittorica vicentina nel '600: e del Carpioni, di quella sue eleganze un pò fredde, sempre misurate, di quella sua predilezione per una gamma cromatica un tantino acidula giocata in nette campiture, avvertiamo eco vivissima nella Vergine con i Santi Giuseppe, Antonio e Francesco di Paola invocati da un sacerdote (fig. a fianco). Se la figura del supplicante è un pò affrettata e magari supplicante è un pò affrettata e magari lamentiamo una relativa inerzia dello sfondo, elevato si presenta, infatti, il livello del gruppo sacro ove spicca lo scorcio sicuro del volto di S. Antonio e, soprattutto, si staglia maestosa la Madonna, che incede con aria di gran dama, reggendo la croce. In merito, non possiamo esimerci dal riandare alla figura della Giustizia, con la spada sguainata e la bilancia fatale, che campeggia nel settore destro dell'enorme tela ( Il Rettore Francesco Grimani, la Vergine e allegorie ), eseguita dal Carpioni nel 1651, su commissione della Corporazione dei Mercanti e posta proprio nel santuario di Monte Berico sopra il setto divisorio tra la chiesa gotica e quella settecentesca. Davvero la Madonna di questo ex-voto par pressochè la controfigura, appena specularmente rovesciata e mutativi il gesto e gli attributi, di quella Giustizia: a tal segno da ingenerare più di un legittino, piacevole sospetto su di una diretta ingerenza del Maestro nella ideazione della piccola tela. Forse coeva alla maggiore? (segue colonna a fianco in alto) (segue ....) Relativamente all'ultimo decennio del secolo, disponiamo di alcune precise puntualizzazioni temporali, spinte fino a precisare il giorno e magari anche l'ora dell'evento. Ecco, nell'ex-voto di Francesco Peretti la scritta, in basso a destra, che ci assicura essere sopravvenuta la guarigione miracolosa esattamente il 4 di ottobre 1691. Calibrato e sicuro l'invaso prospettico entro cui si distende il lettone dell'ammalato, assistito dalla moglie che gli addita nell'alto la Vergine, in piedi con la croce, e adorata dai Santi Francesco e Domenico inginocchiati; sotto e a lato, intercede Vincenza Pasini. Ingegnoso l'andamento avvolgente della composizione e piacevoli le garbate figure: sarebbe azzardato accogliere il suggerimento di una possibile responsabilità di Giovanni Antonio dè Pieri, allora nel pieno dei suoi vent'anni essendo nato nel 1671? Il 26 marzo del sucessivo 1692, 'alle 4 della notte', capita il fosco Agguato notturno di cui è oggetto, 'appresso il portico la Sig.ra Verzara'. l'ignoto offerente dell'ex-voto che rievoca lo scampato pericolo. Quantunque manchino oggi appigli sufficienti a riconoscere questo portico - ammesso esista tuttora - tra i tanti del centro storico di Vicenza, rimane indiscutibile la valenza testimoniale di questo squarcio del vissuto cittadino seicentesco: sotto il portico dei pilastri bugnati si apre l'uscio del negozio affiacanto dalle brevi, modeste vetrine tanto diverse delle nostre rutilanti. Per scrupolosa esigenza di esattezza, volendo specificare inequivocabilmente il luogo dell'aguato, vengono riprodotti gli ogetti esposti: vasi, piatti, stovigglie varie. Nel buio della notte in cui erano allora avvolte le strade, la luce soprannaturale della celeste apparizione, con la Vergine in strano atteggiarsi quasi tra il passo e la corsa, é unica risorsa che permetta tanta sottile minuzia. Arriviamo così a due ex-voto di estremo interesse 'fililigico', fondamentali a chiarirci alcuni aspetti determinanti nella storia del complesso monumentale di Monte Berico. Da quello che i genitori riconoscenti, inginocchiati in basso a destra, offrono a ricordare la miracolosa salvezza del figlio Alessandro Gobbati caduto dal poggiolo del Convento il 26 febbraio 1695, deduciamo anzitutto la situazione di quella sorta di 'altana' all'epoca esistente a coronamento del convento. Pochi anni appresso, 1707-1708, sarà innalzata, mecenate il P. Ferdinando Gabrielli, e trasformata nella bella 'Sala dei Consultori' sopra il refettorio cinquecentesco di cui vediamo le grandi finestre rettangolari, e in stanze ad uso abitativo sull'altra parte. Dietro, oltre il colmo del tetto, si alza il campanile, ancora quello, chiaramente, del medio '400 contemporaneo alla chiesa tardo-gotica: sulla semplice canna a pianta quadrata, la cella campanaria, aperta in quattro arcate a pieno sesto e ornata ai vertici da quattro pinnacoli, è sormontata da un tamburo poligonale concluso da cupolino. Restaurato nel 1530 questo era stato rinnovato nel 1643. Più in arretrato, gli spioventi del tetto del braccio meridionale e il tamburo della cupola, appena protetto da una bassa copetura a padiglione, del nuovo tempio aggiunto al primitivo santuario, ne mostrano le condizioni in quel momento: cominciatisi i lavori dal luglio 1688 sotto la direzione di Giacomo Borella che riesumava, all'occasione, un precedente (1576 c.) progetto palladiano ampliandolo allo scopo, nel 1696 mancava dunque ad evidenza ancora la cupola;l'impresa si concluderà nel 1704, almeno quanto alle strutture murarie. Sulla destra, di fianco al convento, vediamo in arrivo, come recita la didascalia all'angolo opposto in basso a sinistra, 'la generale processione per il terremoto' preceduta dallo stendardo e dalla croce. Vien colta proprio all'uscita del breve braccio di portici estesi allora per alcune arcate 'a man dritta discendendo' dal santuario: deliberati nel 1689 e principiati circa due anni più tardi ma presto interrotti per motivi tecnici, inerenti la scarsa solidità delle fondamenta, questi saranno progressivamente smantellati, resi sopratutto inutili dell'erezione (1746-1761 c.), sul lato opposto, dei portici monumentali progettati da Francesco Muttoni, Gli iltimi avanzi spariranno nel ora, nell'area, si aggrega al fianco orientale del convento la nuova penitenzieria (1971-1972: arch. Sergio Los, collaboratori Federico Motterle e Aldo Girardi). 1817;
Sempre nell'ex-voto, a sinistra, compare la bassa adiacenza conventuale, ampliata e totalmente trasformata alcuni decenni or sono. Al di là del significato documentario, la resa pittorica dell'ex-voto Gobbati con i due vividi ritrattini dei coniugi imploranti, le mosse fronde del frutteto nel brolo dei Padri, l'agitarsi commosso dei personaggi e degli arredi della processione e quel bel cielo tempestoso cavalcato da nuvole incalzanti donde scende la Vergine entro la 'nicchia' azzurra del manto, merita più di qualche apprezzamento, lamentandosene, semmai l'anonimato. Rammarico che si fa più pungente ammirando la tela (del medesimo autore?) in cui si rievoca come Caterina dal Soggio riacquisita la loquela : dipinto tutto frizante di accesi brividi luministici. L'episodio principale, con l'epilogo della guarigione, avvenuta il 18 maggio 1696, si staglia al centro, in controluce; a sfondo, si spalanca l'immensità di un cielo solcato di nuove sfilacciate, sospinte dal vento che agita le chiome degli alberi. Per il resto, mirando a recuperare in una efficace sintesi lo svolgersi immediatamente precedente della edificante vicenda, il pittore mette in atto un procedimento di autentico 'flash-back', al quale ci ha abituato il moderno linguaggio cinematografico. A destra, isola il momento iniziale, quando la Pia Caterina intraprende a percorrere, in ginocchio, la via delle 'Scalette', decisa a raggiungere il santuario mariano in simile faticoso atteggiamento penitenziale; a sinistra, coglie l'attimo del difficile arrivo alla méta. L'iterazione della figura della protagonista, riproposta tre volte (posteriolmente e di scorcio, ai piedi della scalinata; di profilo sulla sommità del colle; di schiena, prostrata ai piedi della Vergine) dipana una sorta di 'filo rosso' che evita ogni dispersione, unifica la storia e chiude il cerchio del racconto, idealmente proseguito ininterrotto dietro il fondale dell'altare. Non meno salienti di quelli strettamente figurativi, i valori documentali della tela. Seguiamo, per verificarli, l'ordine del racconto che corrisponde, nel nostro caso, esattamente alla cronologia delle architetture riprodotte. Vien primo, sulla destra in basso, l'Arco delle Scalette - postuma realizzazione (1595), dovuta a Francesco Albanese, di un progetto (1574-1576) palladiano - colto qui nella forma originale, confermata da altre testimonianze iconografiche, con due nicchie entro gli intercolummi del prospetto, certo destinate ad accogliere delle statue. Rimaste vuote, saranno adirittura accecate quando si praticheranno invece le due nell'intradosso onde collocarvi, dopo esplicita licenza dall'aprile 1695 e in sede giustamente ritenuta più 'intima' e accogliente, l'Angelo annunziante e la Vergine Annunziata, firmati da Orazio Marinali. Vediamo, inoltre, quella scalinata davanti all'Arco in tutta italia la sua larghezza che sappiamo, fiancheggiata da due podii, sussistere fino alle successive, reiterate 'sistemazioni' del piazzale antistante proseguite, in uno spietato crescendo di inesorabile degrado, dalla metà del secolo scorso ai giorni nostri. Colpisce la curiosa 'licenza' delle quattro statue sui pilastrini dell'attico al posto delle uniche due, alle estremità, costantemente documentate; maggiormente strano il capovolgimento speculare dell'effigie del Leone Marciano. Fa riflettere l'assenza, nei pennacchi del fornice d'ingresso, delle due Fame reggenti corone d'alloro e che fonti ottocentesche vorrebbero appunto realizzate nei primi decenni del sec. XIX. Segue, in basso a sinistra, una di quelle quindici cappelline, volgarmente 'capitelli', scaglionate dalle 'Scalette' in su fino al santuario e a mano sinistra di chi saliva, opera (1614) di Natale Baragia: il figlio Giovanni Battista vi affrescava i Misteri del Rosario.Attorno al 1836 ancora ne sopravvivevano le ultime due rimanendone oggi unicamente il ricordo e le lodi degli ' intendenti'. Nell'ex-voto se ne può recuperare, quantunque semplificato, il 'disegno sodo e bello': su di un basamento poggiavano due 'pilastri corinzi' reggenti 'il frontespizio', chiaro richiamo all'antefatto (del 1593) delle cappelle dello Scamozzi nella 'Via Sacra' sul colle di Monselice. Essenziale, nell'unicità del suo puntiglio descrittivo, la scena mediana: vi si vede, molto meglio che in sbiadite foto d'archivio, l'altare della Madonna che Vincenzo Scroffa, nel 1590, aveva 'fatto fare... di bellissimi marmi e di gan prezzo, facendo anco con oro lavorare il nicchio' ove stava l'immagine venerata, in sostituzione del primitivo ligneo e dorato. Nessun particolare ci è trascurato in corrispondenza assoluta con le descrizioni tramandateci; e possiamo qui anche apprezzare la ricca balaustra con la quale, nel 1687, Angelo Marinali circondava l'altare, consacrato nel 1604. Senza contare che ci è qui consentito recuperare il rapporto che doveva a suo tempo intercorrere tra tale complesso di nicchia, altare e balaustra e l'aggiunta palladiana, voluta dal 1576, e tanto meno 'trionfalistica' di quella settecentesca. Il tutto era, comunque, destinato a completa trasformazione causa i radicali interventi dal 1926 responsabili dalla sistemazione attuale. Ancora un rimarco. Per la prima volta con una datazione sicura, appunto il 1696, appare, in questo ex-voto, la statua della Madonna 'rivestita' di una pesante cappa di stoffe damascate che l'imprigionato, lascoando libero solo il capo incoronato. Situazione sopravveduta, a quanto pare, circa dal settimo-ottavo decennio del '600 e rimasta sino all'inizio del nostro secolo, quando si torna a godere dell'effige della 'Mater Misericordiae' non più oppressa 'sotto quei drappi e veli'. Intanto, gli ex-voto recepiscono, dal tardo '600 in avanti, appunto tale nuova condizione, sia pure, come vedremo, con alterna fortuna. Valgano subito due esempi, sempreseicenteschi.

 
SERVI DI MARIA - PROV. VENETA
Design by P. Edson M. | XHTML | CSS ©2010