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| Scritto da P. Edson M. |
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Vicenza, 25 agosto 2000 Meditazione dinanzi all’immagine di S. Maria di Monte Berico 1° Centenario dell’incoronazioneIndice: - Una Corona ed un Manto
Una corona ed un manto
2. L’incoronazione dell’immagine di santa Maria di Monte Berico compiuta dal Patriarca di Venezia era memoria e segno di ben altra “incoronazione” della Vergine: quella che Dio Padre, per Cristo, nello Spirito compì allorché la Vergine Maria, al termine della sua vita terrena, fu assunta in corpo e anima al cielo. Nell’umile Vergine di Nazaret, incoronata ed esaltata presso Dio, è da vedere il simbolo più alto dell’umanità chiamata ad essere, in tutte le sue membra, un popolo libero, sacerdotale e regale (cf. 1 Pt 2,9; Es 19, 5-6); il termine cui conduce il cammino discepolare, che attraverso la croce giunge alla “corona della gloria” (1 Pt 5, 4); l’avveramento supremo della parola di Gesù: “Chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11). In Maria dunque la dignità regale di cui viene insignito ogni discepolo di Cristo nel battesimo ha già raggiunto il più alto livello, la massima espressione. Ma la beata Vergine era stata pure incoronata dalle invocazioni, dalla lode devota e dal venerante amore dei suoi figli: essi, generazione dopo generazione, supplici attorno a lei, costituivano la sua più preziosa corona, e le incessanti espressioni di pietà salivano verso la Madre, quale nube profumata di preghiera, di intima fiducia, di segreti colloqui, di incrollabile speranza.
3. La corona è un simbolo aggiunto all’icona della Madonna di Monte Berico; il manto, invece, è un elemento essenziale al tipo iconografico, a cui appartiene: quello della “Madre di misericordia”. Nel gruppo scultoreo della Madonna di Monte, la Vergine, dagli occhi grandi e immoti, dalle labbra accennanti un sorriso, apre il manto su un gruppo di otto fedeli, uomini e donne vicentini. Il manto è ampio, perché nessuno è escluso dalla materna protezione di Maria; è presidio sicuro ed efficace contro ogni pericolo. Sotto il manto i fedeli, inginocchiati, lo sguardo rivolto alla beata Vergine, costituiscono una comunità ecclesiale serena, concorde e orante, grata per il patrocinio accordatole dalla Madre di Gesù, ma ancora implorante aiuto e protezione contro i pericoli che non cessano di insidiarla. 4. La corona e il manto: simboli antichi, in parte superati nella cultura contemporanea. Ma il fedele che oggi si reca al santuario di Monte Berico - come ad altri santuari della nostra Regione - non si sente a disagio rivolgendosi a Dio per il tramite della Vergine incoronata e dal largo manto. Perché, nonostante le mutate condizioni del tempi, nulla è cambiato nel rapporto tra Dio e l’uomo. Dio è il Signore, l’uomo è il suo servo (cf. Lc 17, 7-10), ma elevato, per grazia, alla sublime condizione di figlio adottivo: “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (1 Gv 3,1). L’uomo, che progressivamente sottomette la natura al suo dominio (cf. Gen 2, 28), nel campo soprannaturale è affatto bisognoso di grazia e di misericordia. Per lui vale la parola intramontabile di Gesù: “senza di me non potete fare nulla” (Gv 15, 5). L’uomo, infatti, non può autoredimersi né raggiungere la pienezza della sua vocazione se non nella conformità a Cristo (cf. 1 Cor 1, 4-8) e nella docilità all’azione santificante dello Spirito. Così pure nulla è mutato nel rapporto tra i fedeli e la beata Vergine. Infatti, la Madre di Gesù “assunta in cielo non ha deposto la sua funzione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci le grazie della salute eterna. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, finché non siano condotti nella patria beata”. Ella quindi tiene sempre aperto il largo manto, perché sotto di esso si rifugino l’uomo di cultura e l’illetterato, l’uomo che detiene il potere e l’emarginato, il sano e l’infermo, il giovane e l’anziano, colui che vive nella comunità ecclesiale e colui che l’ha abbandonata: verso tutti santa Maria è madre di misericordia, a tutti indica Gesù “via, verità e vita” (Gv 14, 6), per tutti implora da Dio la riconciliazione e la salvezza
5. Nell’economia salvifica vige una legge a prima vista paradossale: quanto più alta è la santità di un membro del Corpo mistico di Cristo tanto più questi ha bisogno della misericordia divina; quanto più ardua è la missione che gli viene affidata, tanto più gli è necessario il dono della misericordia. Perciò Maria, la Tuttasanta, chiamata ad essere la madre e la socia del Redentore nonché la vera madre dei viventi (cf. Gen 5, 20), è stata oggetto della più grande misericordia del Signore. 6. Nell’evento della concezione immacolata, istante primo della sua esistenza, Dio Padre riversa su Maria la sua misericordia preservandola dalla corruzione del peccato ed effondendo su di lei lo Spirito di santità, che la ricolma di grazia (cf. Lc 1, 28) e di carismi (cf. Gal 5, 22). Perciò non senza motivo, la liturgia pone sulle labbra della Vergine l’esclamazione, piena di riconoscente amore: Viva il Signore! In me ha compiuto la sua misericordia. 7. Nel mistero della Incarnazione, Maria è al centro di una delle più alte manifestazioni della condiscendenza di Dio e della sua misericordia: nel grembo purissimo della Vergine il Figlio di Dio assume la natura umana, per cui Gesù, il Verbo incarnato, è la personificazione stessa della misericordia di Dio; nel volto del Figlio di Maria si riflette il volto di Dio Padre (cf. Gv 14, 8-9), “ricco di misericordia” (Ef 2 ,4). 8. La passione di Cristo è la manifestazione suprema della misericordia del Padre; sulla Croce Dio “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi” (Rom 8, 32): nel legno infame, per amore dell’uomo (cf. Gv 3, 16), l’amore di Dio è stato crocifisso; misteriosamente Dio Padre, chino sulla miseria dell’uomo, soffre la lacerazione prodotta dal dolore e dalla morte del Figlio amatissimo (cf. Mt 17, 5); geme pure lo Spirito, ma il suo gemito si trasforma in grido di universale misericordia: misericordia che si effonde anzitutto e soprattutto sulla Madre che, accanto alla Croce (cf. Gv 19, 25), partecipa con il sacrificio del suo cuore all’immolazione del Figlio. 9. La Madre di Gesù, divenuta madre dei discepoli (cf. Gv 19, 26-27) e membro eminente della Chiesa (cf. At 1, 12-14), sarà oggetto di una nuova manifestazione della misericordia di Dio: il Signore glorificherà in lei la carne che da lei il Figlio aveva assunto, preservando Maria dalla corruzione del sepolcro: “finito il corso della sua vita terrena - insegna il Vaticano II - fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo, e dal Signore esaltata quale Regina dell’universo”. 10. Santa Maria di Monte Berico! Ci è caro guardarla nel suo atteggiamento materno che infonde sicurezza. Ma, prima del manto di misericordia che ella stende sopra i suoi devoti e delle sue braccia accoglienti, sono da considerare le ali della misericordia di Dio - ali di aquila (cf. Es 19, 4), - sotto le quali la piccola Myriam di Nazaret è stata protetta, e le mani del Padre e del Figlio che l’hanno afferrata e custodita (cf. Gv 10, 23-29) perché nessuno potesse oscurarne la bellezza, appannarne lo splendore della grazia. Profetessa della misericordia 11. Su una collina della Giudea è festa dello Spirito. Nello Spirito, Maria di Nazaret, gravida del Verbo, canta il Magnificat. Esso è memoria delle gesta compiute da Dio in favore di Israele e delle “grandi cose” (Lc 1, 49a) - la maternità verginale e messianica - con cui il Signore l’ha favorita; è inno di esultanza e di gratitudine per la fedeltà di Dio alla sua Alleanza e per la misericordia che “di generazione in generazione si stende su quelli che lo temono” (Lc 1, 50); è profezia dell’agire salvifico di Dio, immutabile eppur imprevedibile, che fino alla fine del secoli si chinerà per innalzare gli umili, ricolmare di bene gli affamati, soccorrere i suoi servi (cf. Lc 1,52-54). Il Magnificat è canto di frontiera, dello spazio in cui, senza soluzione di continuità, l’antico sfocia nel nuovo Patto; è inno alla misericordia divina che Maria, culmine del popolo dell’antica Alleanza e inizio della Chiesa, esalta in perfetta continuità con le voci di salmisti, di profeti, di donne che cantano, danzando, le vittorie di Dio fedele e misericordioso: Myriam, la sorella di Mosè (cf. Es 15, 20-21), Debora la profetessa (cf. Gdt 16, 1-17), Giuditta, l’eroina di Betulia (Gdt 16, 1-17). Come il salmista ripete costantemente, ad ogni versetto del “grande Hallel”, che “eterna è la sua misericordia” (Sal 136), così Maria di Nazaret ribadisce che Dio “di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono” (Lc 1, 50). Al servizio della misericordia divina 12. La categoria del servizio definisce la vita di Maria: ella è “la serva del Signore” (cf. Lc 1, 38; 1, 48) che, come insegna ii Vaticano II, “consacrò totalmente se stessa quale Ancella del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione sotto di lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente”. Maria ha dedicato tutta la vita al servizio della misericordia divina: è stata la ministra pietatis, come la saluta la liturgia. La pietà ecclesiale ha interpretato il consenso di Maria al progetto salvifico di Dio, per cui “il Verbo si fece carne” (Gv 1, 14), come un fiat di misericordia in favore degli uomini peccatori. Così, ad esempio, nella celebre antifona Alma Redemptoris Mater: Virgo prius ac posterius, Vergine prima e dopo il parto, Il capitolo VIII della Lumen gentium legge l’intervento della Vergine nell’emblematico episodio delle nozze di Cana in chiave di misericordia: “Nella vita pubblica di Gesù, la Madre sua appare distintamente, fin da principio, quando alle nozze di Cana di Galilea, mossa a compassione (misericordia permota), indusse con la sua intercessione Gesù a dare inizio ai miracoli (cf. Gv 2, 1-11)”. 13. Presso la Croce ha luogo la rivelazione suprema della misericordia di Dio, “lo sconvolgente incontro della trascendente giustizia divina con l’amore”, incontro sigillato con il “bacio dato dalla misericordia alla giustizia (cf. Sal 85, 11)”. Presso la Croce è santa Maria. È là quale madre del Crocifisso, quale discepola che percorre lo stesso cammino del Maestro (cf. Mt 16, 24), quale testimone eccezionale dell’acqua e del sangue - balsamo di misericordia -, che sgorgano dal cuore trafitto del Salvatore (cf. Gv 19, 34), quale nuova Eva, vera madre dei viventi, presso l’albero della vita. Al perdono (cf. Lc 23, 24) e alla misericordia del Morente, che dà ai suoi discepoli quale madre la propria Madre (cf. Gv 19, 26), fa eco la misericordia della Madre che accoglie come figli i discepoli di suo Figlio, anzi tutti gli uomini. La fede, l’amore obbediente e il silente consenso hanno reso la Vergine, nello Spirito, nuovamente Madre di innumeri figli. Presso la Croce, ella è la Madre della misericordia. 14. Salito al cielo e glorificato alla destra del Padre, Gesù è il sommo ed eterno sacerdote sempre vivo per intercedere in favore di coloro che per mezzo di lui si accostano a Dio (cf. Eb 7, 24-25). Anche la Vergine è stata glorificata nella totalità del suo essere e, posta accanto a Cristo, accompagna con la supplice voce l’intercessione del Figlio. Il cielo è il luogo dove Cristo esercita il suo sacerdozio di intercessione in favore degli uomini ancora pellegrini sulla terra. Ed è anche il luogo dove la beata Vergine svolge il suo servizio alla misericordia divina: “Gloriosa in cielo, essa opera sulla terra”, dice incisivamente il documento di Puebla. I fedeli compresero presto la missione di intercessione e di protezione che Dio aveva affidato alla santa Vergine. Ne abbiamo testimonianze fin dal IV secolo; tra esse spicca la celebre preghiera Sub tuum praesidium. È impressionante la quantità e la varietà di forme con cui, lungo i secoli, i fedeli si sono rivolti alla Madre di Dio implorando il suo patrocinio. Verso ha fine del secolo X si affermano, in rapporto al servizio di misericordia svolto dalla Vergine, due titoli: Regina misericordiae e Mater misericordiae. Tra i due titoli esiste una garbata tensione che si risolverà, abbinandoli, nella famosa antifona Salve Regina, Mater misericordiae. Regina misericordiae: regina non secondo le categorie di questo mondo (cf. Gv 18, 36), ma nella prospettiva dell’intercessione e del servizio. Maria è regina “munifica, prodiga e generosa”, la cui missione è quella di intercedere per gli uomini, il cui potere è la potenza della misericordia (potentia miserendi), la cui azione è improntata a benignità e clemenza. Mater misericordiae: perché Maria di Nazaret è la madre di Gesù, la misericordia incarnata, e perché è sommamente buona e misericordiosa. San Lorenzo da Brindisi (+ 1619) esprime efficacemente l’emozione interiore che suscita nel fedele tale titolo: “Madre di misericordia “. Questa visione teologica e questa esperienza spirituale riflette la venerata immagine di santa Maria di Monte Berico: come Regina clemente e come Madre di misericordia l’hanno onorata ininterrottamente i vicentini e le genti del Triveneto fin dal secolo XV; così continuiamo a onorarla noi, quando entriamo nel santuario Berico per un incontro con il Signore e con la Vergine attraverso il santo segno dell’immagine della Madonna di Monte. Il figlio e la madre uniti nell’intercessione Così, ad esempio, nelle convinzioni intime dei fedeli, nelle espressioni verbali dei pii esercizi, negli atteggiamenti devoti nulla deve lasciare credere che ha Madre di misericordia sia un mezzo più immediato e più facile dello stesso Gesù per l’incontro con Dio. No, Gesù, il mite e umile di cuore (cf. Mt 11, 29), il paziente e il misericordioso, il perenne Buon Samaritano che si china su tutti i malcapitati della storia (cf. (Lc. 10, 29-37), il Buon Pastore che va in cerca di ogni pecorella smarrita (cf. (Lc 15, 4-7); (Mt 18, 12-14), il Maestro che rivolge agli uomini e alle donne oppressi di ogni tempo l’universale e consolante invito: “venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11, 28), il Crocifisso, che innalzato da terra attira tutti a sé con la forza dell’amore (cf. (Gv 12, 32), è il “segno” più immediato, più intimo, più accessibile e più soave per ogni incontro con Dio. Veramente come canta la liturgia: Nil canitur suavius, Niente si canta in modo pili soave, L’intercessione della Vergine si svolge nell’ambito della mediazione di Cristo e subordinatamente ad essa. Non ne scavalca i confini, non aggiunge nulla alla redenzione operata da Cristo e alla sua funzione di unico Mediatore della nuova Alleanza (cf. 1 Tm 2, 5). 16. Tuttavia, secondo il disegno di Dio, la beata Vergine fu “congiunta indissolubilmente con l’opera salvifica del Figlio suo”, “in modo tutto speciale”: fu congiunta sulla terra, lo è a fortiori nel cielo, dove il Figlio e la Madre sono una cosa sola, uniti dal vincolo dell’eterno Amore, mossi da una medesima volontà, sospinti verso un unico scopo: la gloria del Padre e la salvezza del genere umano. Agli occhi di Dio Padre l’intercessione di Cristo e quella della Vergine, pur nell’essenziale diversità, costituiscono un’unica implorazione di perdono e di grazia. L’intercessione di Maria ha tuttavia alcune caratteristiche proprie derivanti dalla sua personalità, che Dio non annulla ma esalta. La Vergine intercede infatti nella sua specifica condizione di donna, con la sua femminilità pura e trasparente, che non ha conosciuto né doppiezza né inquinamento alcuno; intercede come Figlia di Sion, cioè personificazione di un popolo di grandi intercessori presso Dio quali Abramo (cf. Gen 18, 16-33), Mosè (cf. Es 32, 11-14; 33, 12-17; Dt 9, 12-21, Ester (cf. Est. 4, 17 k-z); intercede nella sua qualità di vera madre di Gesù, il Salvatore, per cui la sua supplica trova un particolare ascolto presso di lui, e di vera madre “nell’ordine della grazia” di tutti gli uomini, sollecita quindi della salvezza di ognuno dei suoi figli; intercede come cooperatrice dell’opera salvifica di Cristo, avendo sostenuto un acerbissimo dolore presso la croce del Figlio e in altri momenti cruciali della redenzione; intercede con il cuore nuovo (cf. Ez 36, 26), che lo Spirito ha plasmato in lei: cuore umile e mite, semplice e puro, clemente e misericordioso. Ora i fedeli sono sensibili a queste caratteristiche dell’intercessione di Maria: alla trasparenza e grazia di lei, donna ebrea, per la quale l’intercessione in favore del popolo è profondamente radicata nella sua spiritualità di “povera del Signore”; è sensibile alla sollecitudine materna di Maria, fedele alla missione che Dio le ha affidato; all’offerta del suo dolore solidale, alla delicatezza forte del suo cuore generoso. Perciò i fedeli ricorrono e ricorreranno sempre alla Madre di misericordia, la cui figura è assai leggibile, concreta l’azione, comprensibili i simboli della sua mediazione materna. Per Riccardo di san Lorenzo (m. 1260 ca), il cielo è un perenne banchetto di Cana, dove la voce della Madre avverte discreta: “Non hanno più vino” (Gv 2, 3). Con accenti simili un frate della Provincia Veneta dei Servi, fra David M. Turoldo (1992), poeta, dice: Per lei abbiamo avuto Gesù, per lei succede il
Pellegrini al santuario 17. Il fedele che si reca al santuario di Monte Berico può essere considerato, in molti casi, un pellegrino. La storia della rivelazione sia nel primo sia nel secondo Patto è costellata di grandi figure di pellegrini. Pellegrino fu Abramo che, “per fede” (cf. Eb 11, 8-9), lasciò il suo paese, la sua patria e la casa paterna per andare verso una terra che il Signore gli avrebbe indicato (cf. Gen 12, 1-4). La sua vicenda è divenuta esemplare, quasi il “paradigma della storia stessa della salvezza a cui il fedele aderisce”. Pellegrino fu Israele, protagonista del grande esodo che dal paese della schiavitù, l’Egitto, lo condusse alla Terra promessa, il luogo della sua libertà. In questo lungo e travagliato pellegrinaggio, Dio costituì Israele suo popolo e gli fu sempre accanto: “Il Signore tuo Dio è stato con te in questi quarant’anni e non ti è mancato nulla” (Dt 2, 7). Pellegrino fu Gesù di Nazaret. Educato da Maria e da Giuseppe nella religiosità ebraica, da essi apprese la consuetudine del pellegrinaggio per la festa pasquale. Gesù, pellegrino singolare: egli, il Tempio vero, sale il colle di Sion per recarsi al Tempio di pietra che è solo ombra e figura: egli, il vero Agnello pasquale e la Pasqua definitiva (cf. 1 Cor 5, 7), si reca a Gerusalemme per compiere riti che sono solo anticipazione profetica della Pasqua cristiana; egli, che è la sola via che conduce al Padre (cf. Gv 14, 6), percorre le strade della Palestina annunciando l’Evangelo del Regno e preparandosi al grande esodo (cf. Lc 9, 31), che dalla Croce lo avrebbe condotto alla gloria del Padre. Pellegrina fu Maria, che conobbe pure l’esilio in terra straniera (cf. Mt 2, 13-16); fu pia pellegrina, fedele osservante della legge del Signore (cf. Lc. 2, 22, 27, 39), che insieme con Giuseppe, suo sposo, si recava “tutti gli anni a Gerusalemme per la festa della Pasqua” (Lc 2, 41); fu pellegrina di fede, avanzando costantemente in essa e precedendo la Chiesa nel suo cammino di fede; fu pellegrina di carità sulle colline della Giudea, quando andò dalla parente Elisabetta per congratularsi con lei, favorita dal Signore con il dono di una straordinaria maternità (cf. Lc 1, 23-25), per cantare la misericordia di Dio, per offrirle il suo premuroso servizio; fu pellegrina al Golgota, camminando - ferma la volontà, straziato il cuore - dietro al Figlio, Agnello innocente, che saliva l’erta del “luogo del cranio” (Mt 27, 32), per offrire in sacrificio la sua vita. Pellegrina è la Chiesa. Essa sa che il suo lungo cammino verso la pienezza del Regno “non avrà il suo compimento se non nella gloria del cielo”, nella Parusia di Cristo, per cui sulla terra si sente in esilio, lontana dal Signore (cf. 2 Cor 5, 6) e “mentre va lentamente crescendo, anela al Regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi con il suo Re nella gloria”. E i fedeli sanno, per fede e per esperienza, che “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura”. (Eb 13, 14). 18. Il pellegrino che varca la soglia del santuario vicentino scorge subito nella zona absidale, sovrastante l’altare e dominante l’aula ecclesiale, l’immagine di santa Maria di Monte Berico. Egli è venuto al santuario come a un luogo segno della divina Presenza, come all’ambiente dell’esperienza presente della Grazia”. Il pellegrino è dinanzi alla Madre di misericordia. Solo lui conosce le motivazioni profonde del suo pellegrinaggio. Spesso esse sono molto semplici: ringraziare Dio per una grazia ricevuta; chiedere quelle cose di cui non dobbiamo darci pensiero (cf. Lc 12, 22), ma che pure sono necessarie per la vita e di cui il Padre sa che abbiamo bisogno (cf. Lc 12, 30): il cibo e il vestito, la casa e il lavoro; forse egli e là per implorare il dono della salute o per supplicare che la grandine non distrugga in pochi minuti la fatica di molti mesi; forse per impetrare la pace nella famiglia e il superamento di difficoltà che minacciano l’unità familiare, per scongiurare il pericolo che i figli cadano nel vortice della droga, o per ottenere il ritorno alla pratica religiosa di congiunti e di persone care; forse è dinanzi alla Madre per chiedere per se stesso coraggio e pazienza nelle avversità della vita, per avere la forza di superare antichi risentimenti e non assopite discordie. La preghiera silenziosa del pellegrino non è mai complicata, ma semplice e concreta: sgorga dal cuore, suggerita dall’esperienza della vita. La Vergine della riconciliazione Egli compie un’esperienza antica, attestata da innumerevoli testimonianze di penitenti: la figura della Madre di Gesù è stata determinante nel processo che li ha condotti ad abbracciare la fede cristiana o a ritornare all’ascolto della Parola e alla frequenza del sacramenti della nuova Alleanza. Sant’Ambrogio Auperto (784), servendosi di un sermone del secolo VII, compose una preghiera in cui si chiede alla Vergine di donarci la grazia della riconciliazione: Admitte nostras preces Introduci le nostre preghiere Questa diffusa esperienza ha dato origine a molti titoli mariani esprimenti l’opera riconciliatrice della Vergine: “Rifugio dei peccatori” (Refugium peccatorum), “Madre della riconciliazione” (Mater reconciliationis), “Madre del perdono” (Mater vaniae), “Conforto dei penitenti” Solamne paenitentium), “Speranza dei peccatori” (Peccatorum spes). Peraltro è stato rilevato come …la più diffusa preghiera alla Vergine - l’Ave Maria - Santa Maria - da una parte proclami la sua santità (“piena di grazia “), la sua condizione singolare (“benedetta tra le donne”) e il suo titolo di gloria più alto (“Madre di Dio”) e, dall’altra, riconosca la condizione di peccatori degli oranti (“prega per noi, peccatori”) e li affidi all’intercessione di santa Maria. 20. Particolare valore ha la testimonianza delle sante liturgie dell’Oriente e dell’Occidente che rilevano il ruolo della Madre di Dio nella riconciliazione dei penitenti. Nel rito bizantino, in apertura della celebrazione della Penitenza, il sacerdote, “facendo memoria della tuttasanta, immacolata, tuttabenedetta e gloriosa Signora, la Madre di Dio e sempre Vergine Maria e di tutti i santi”, prega il Signore perché conceda al penitente la remissione dei peccati. Nel rito romano la beata Vergine è ricordata, nella stessa prospettiva della Comunione dei santi, due volte: nella formula tradizionale che precede l’accusa dei peccati - il Confiteor - e in una delle preci di intercessione che seguono la formula stessa dell’assoluzione sacramentale: La passione di Gesù Cristo nostro Signore, Il prefazio della messa “Maria Vergine madre di riconciliazione” espone efficacemente il ruolo che Dio ha affidato alla Madre di misericordia nel cammino di conversione dei penitenti: Tu hai dato a/la Vergine Maria,
21. Il. santuario è stato giustamente chiamato “tenda dell’incontro nella riconciliazione”. Il santuario infatti è luogo in cui il sacramento della riconciliazione è celebrato con intensità, nell’ambito di liturgie condotte con sapienza pastorale. Nella basilica berica, come in altri santuari del nostro Triveneto, spicca, quasi primaria attività pastorale, la celebrazione del sacramento della Penitenza. Dopo l’incontro con la Madre di misericordia, il pellegrino è particolarmente disposto a chiedere la grazia del perdono. Egli, nel segno del presbitero celebrante, incontrerà il Signore Gesù. Nulla in quell’incontro dovrà essere banale, ripetitivo, senz’anima. E non sarà tale se si porrà attenzione a coloro che, pur in modo invisibile, intervengono nell’azione sacramentale: il Padre, il Figlio e lo Spirito, la madre Chiesa e la madre santa Maria, gli Angeli, che fanno festa in cielo (cf. Lc 15, 10). Il pellegrino va all’incontro sacramentale portando il suo pentimento profondo, la rinunzia al peccato, la volontà di convertirsi, di orientare cioè radicalmente la sua vita ai valori del Vangelo e alla piena conformità a Cristo. Il presbitero celebrante, consapevole di chi rappresenta, dovrà essere segno dell’accoglienza di Cristo, illuminare l’incontro con la luce della Parola, aiutare il penitente ad aprirsi al Padre della misericordia, imporre sul suo capo le mani, segno della discesa dello Spirito che è “la remissione dei peccati”, congedarlo attualizzando la parola di Gesù: “va in pace e annuncia le grandi opere di Dio, che ti ha salvato” (cf. Mc 5, 19). L’evento di grazia si è compiuto: nel cuore del peccatore è disceso lo Spirito Santo, che lo apre alla compassione e alla tenerezza del Padre, lo riconcilia in Cristo e lo conforma a lui, amore crocifisso. Nella maggior parte del casi il pellegrino penitente ritorna al luogo da dove era venuto: all’altare della Madonna di Monte Berico. Allora, nel rinnovato tacito colloquio, il volto della Madre di misericordia gli appare come il volto materno della riconciliazione cristiana. SIATE misericordiosi 22. Avviandoci al termine della nostra meditazione, Noi, frati Servi di Maria, riteniamo opportuno confrontare le considerazioni emerse dalla contemplazione dell’immagine di santa Maria di Monte Berico con la situazione socio-culturale della nostra Regione all’inizio del secolo XXI. Grazie all’intelligenza, alla volontà tenace, al lavoro assiduo, ai molti sacrifici sostenuti dalle nostre genti, il Triveneto è divenuto una delle regioni più prospere d’Italia. Quella che all’inizio del secolo XX era terra di emigranti, che lasciavano il proprio paese per cercare altrove lavoro e mezzi di sussistenza, è divenuta luogo di immigrazione. Ogni giorno si riversano nella nostra Regione uomini e donne delle più svariate Nazioni, con una propria cultura, lingua, religione. Questo fatto determina la formazione progressiva di una società multietnica, pluriculturale e plurireligiosa. Una gran parte della nostra attività pastorale è volta ad affrontare i nuovi problemi creati dal consistente flusso di immigrati. 23. Il profondo cambiamento socio-culturale del Triveneto ha avuto ripercussioni non lievi nello stile di vita e nella testimonianza di fede delle nostre popolazioni. La stessa ricchezza, come ha insegnato ripetutamente Gesù (cf. Lc 12, 13-21; Mt 6, 19-2, 24), comporta pericoli: può indurire il cuore, accrescere l’individualismo, allentare il senso di solidarietà, alterare la scala dei valori, menomare la libertà interiore rendendo il cuore schiavo del denaro. Nell’udienza del 18 marzo 2000, il Santo Padre, rivolgendosi ai pellegrini della Diocesi di Vicenza, osservava: Conosco i problemi con cui vi dovete misurare: la sensibile diminuzione di vocazioni sacerdotali e religiose; la crescente fragilità di molti legami matrimoniali; la secolarizzazione che insidia la dimensione religiosa dell’esistenza; la diminuita frequenza alla Messa domenicale, in cui le famiglie e le comunità si stringono intorno all’Eucaristia. Si tratta di sfide che la vostra Comunità ha accolto e che intende affrontare contando sull’aiuto divino e sulla collaborazione di tutti i suoi membri. Una diagnosi che, con alcune varianti, può trovare applicazione in altre Diocesi del Triveneto. 24. Ma un altro pericolo ci insidia oggi: quello di un sensibile affievolimento del senso della misericordia, del suo valore e significato. L’uomo che si sente soddisfatto, sicuro di sé, che si compiace del proprio successo, che sa di essersi sbarazzato di concorrenti e rivali, che accarezza nuovi progetti di arricchimento e nuovi e più alti traguardi di potere non sente bisogno né di chiedere misericordia né di accordarla agli altri. Un valore evangelico Eppure quest’uomo è in errore. Se ne accorga o non, egli ha bisogno della misericordia di Dio. San Paolo ha affermato in un versetto quasi paradossale il bisogno universale della misericordia divina: “Dio ha rinchiuso tutti - Ebrei e Gentili - nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia” (Rom 11, 32). La misericordia è uno dei valori essenziali e caratteristici del Vangelo. Gesù nell’intimo del suo essere, nella vita pubblica, nell’insegnamento, nell’esercizio del sacerdozio celeste è il Misericordioso: nel suo essere Gesù, “immagine del Dio invisibile” (Col 1, 15), è l’icona vivente del Padre, “Dio di tenerezza e di grazia, [...] ricco di misericordia e di fedeltà” (Es 34, 6); nella sua vita pubblica, egli sente compassione per tutti (cf.Mc 1,41; 6,34; 8, 2;Mt 9, 36; 14, 14; 15, 32; 20, 34; Lc 7, 13) e si china costantemente sulla miseria umana, su quanti hanno bisogno di pietà e consolazione, di soccorso e di sostegno, di comprensione e di perdono: in favore di essi, anche sfidando la gretta mentalità dei suoi avversari, usa la sua potenza taumaturgica e guaritrice; nel suo insegnamento, egli in tre mirabili parabole - della pecorella smarrita (Lc 15, 4-7), della dramma perduta (Lc 15, 8-10), del figlio sbandato (Lc 15, 11-32) - ha rilevato in modo insuperabile il valore della misericordia; altrove ha affermato decisamente il primato dell’amore e del perdono sulle offerte e i sacrifici rituali: “Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt 9, 13; Os 6, 6); nell’esercizio del sacerdozio celeste, egli nel santuario del cielo, seduto alla destra del Padre, agisce in nostro favore quale “sommo sacerdote misericordioso e fedele” (Eb 2, 17); a lui siamo invitati a rivolgerci: “Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia ed essere aiutati al momento opportuno” (Eb 4, 15-16). Una beatitudine evangelica 26 Rivolgiamo di nuovo lo sguardo all’immagine di santa Maria di Monte Berico: otto fedeli, uomini e donne, sono, sereni e oranti, sotto il manto della Madre di misericordia. L’immagine è una realizzazione plastica della quinta beatitudine: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5, 7). La Vergine, beata per la fede (cf. Lc 1, 45) e per la maternità messianica (cf. Lc 11, 27-28), è beata anche per la sua misericordia; in lei, come in nessun altro, si compie la beatitudine dell’amore compassionevole. La quinta beatitudine è proposta a tutti i discepoli di Cristo. Li sollecita ad agire secondo lo stile di Dio stesso, il cui amore benigno si manifesta ora come perdono radicale dei peccati del popolo - cancella i suoi misfatti (cf. Is 43, 35), li getta in fondo al mare (cf. Mic 7, 19) - ora come soccorso provvidente - apre la mano e sazia ogni vivente (cf. Sal. 104, 28). Il discepolo di Gesù prolunga l’agire misericordioso di Dio, allorché, come lui, perdona di cuore le offese ricevute (cf. Mt 6, 12; 18, 35) e soccorre generosamente gli indigenti (cf. Mt 25, 4 1-46). La quinta beatitudine è consolante: garantisce al discepolo del Signore la misericordia di Dio e la salvezza nel giudizio finale: “Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25, 34). Ma è beatitudine esigente: se non attuata, prospetta al discepolo di Cristo il giudizio severo comminato al servo impietoso: “Servo malvagio […]. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”(Mt 18, 33). E l’apostolo Giacomo ammonisce: “Il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia” (Gc 2, 13). Per tutti noi la memoria frequente del Padre, “ricco di misericordia” (Ef 2, 4), di Gesù, le cui azioni e parole sono tutte impregnate di operosa compassione di amore solidale, della Madre del manto di misericordia ci aiuterà ad essere uomini e donne dal cuore aperto, dalla mano tesa per porgere aiuto e soccorso. Un precetto evangelico 27. Nel Vangelo non c’è solo la beatitudine della misericordia, vi è anche il precetto: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36). Per il discepolo di Gesù, la disponibilità all’agire misericordioso non è un consiglio, ma un comando, un’esigenza derivante dalla sua condizione filiale: il figlio, se non vuole essere degenere, deve essere come il Padre, di cui porta l’impronta e la somiglianza (cf. Gen 1, 26). “Siate misericordiosi” è la traduzione in termini di fattiva compassione del comandamento nuovo, proprio di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Cv 15, 12; 13, 34). Misericordia è l’amore che si china, l’unguento che lenisce la piaga, il balsamo che conforta e dà sollievo. La misericordia ha questa caratteristica: è amore che non si volge verso la bontà o la bellezza, ma verso un male reale, verso l’uomo immerso nella sofferenza del corpo o dello spirito. Già dicevano i Santi Padri: “dove non esiste miseria non v’è posto per la misericordia”. Il linguaggio della misericordia 28. Dicevamo che nel nostro tempo la misericordia è estranea alla concezione di vita di molti uomini e donne; non rappresenta per essi un valore. Per noi, discepoli di Gesù, la misericordia è profondamente radicata nella vita del Maestro e costituisce un capitolo fondamentale del suo insegnamento. Per fedeltà alla nostra condizione di figli di Dio Padre, “pieno di misericordia” (Sal 86, 5), di discepoli di Gesù, la misericordia incarnata, di santuari dello Spirito di compassione, vogliamo anche noi essere misericordiosi. Ma la misericordia ha un linguaggio proprio - sguardo, azione, parola - che occorre conoscere e usare con sapienza. Gli occhi della misericordia. La pietà ecclesiale, guardando il volto della Vergine, ha scorto che i suoi occhi sono misericordiosi, perciò la prega: “rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi”. Misericordia è quindi “rivolgere con affetto lo sguardo verso l’altro - il povero, il misero, il peccatore, l’afflitto... - e fargli del bene con cordiale solidarietà”. Gli occhi misericordiosi creano vicinanza, infondono fiducia, suscitano intesa. Poi, per coerenza, lo sguardo di misericordia non si arresta in una sterile compassione: diventa azione, soccorso verso il bisognoso. La mano della misericordia. La misericordia è dinamica, agisce, “è compassione attiva, presenza affettuosa, comunione e solidale prossimità nei confronti di tutti gli uomini e di tutte le donne, soprattutto degli emarginati ed esclusi”. Simbolo della misericordia attiva è la mano. Mano forte che aiuta, solleva, difende, ma mano anche soave che sa asciugare una lacrima o fare una carezza sul volto del misero. La parola della misericordia. Quanto sono grandi il mistero e la potenza della parola: essa ferisce e lenisce, uccide e dà la vita! Il linguaggio della misericordia è vero, schietto; non conosce il divario tra il sentimento del cuore e la parola uscita dalla bocca; rifiuta le parole vacuamente consolatorie, preferisce piuttosto il silenzio rispettoso dell’altrui sofferenza. Ma la misericordia sa anche parlare: conosce il vocabolario del Vangelo e mira solo a dire la verità; le sue sono parole suffragate dall’esperienza di Cristo crocifisso e risorto, che aiutano a scoprire la dimensione salvifica del dolore; che intendono stabilire un rapporto esistenzialmente corretto tra l’afflizione della vita presente e la consolazione di quella futura (cf. Mt 5, 4), poiché, come attesta l’Apostolo, “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rom 8, 18; 2 Cor 4, 17); che aprono soprattutto gli orizzonti della speranza che non delude (cf. Rom 5, 5). Con la misericordia onorare la Madre di misericordia 29. Nella basilica di Monte Berico la Madre del Signore è particolarmente venerata: là risuona il canto della lode, sale fiduciosa la supplice invocazione, si manifesta in molti modi l’amore del figli, si chiede la protezione della Vergine sui bambini e sugli ammalati, vengono elargite offerte per le missioni e per le vocazioni; i pellegrini, lasciando il santuario, portano con sé un ricordo della venerata immagine. Ma vi è un’espressione di pietà mariana particolarmente consona ai pellegrini del santuario vicentino: onorare con la misericordia la Madre di misericordia. È suggerimento antico; san Giovanni Damasceno (750 ca) scrive in proposito: Prestiamole (alla Madre di Dio) il culto Il santuario di Monte Berico deve divenire sempre più luogo di misericordia: misericordia chiesta a Dio e accordata al prossimo. Visitare santa Maria di Monte Berico significa impegnarsi a praticare le opere di misericordia; a deporre, sotto lo sguardo della Vergine e con la forza dello Spirito, sentimenti d’ira e propositi di vendetta; a guardare con benevolenza il profugo e lo straniero, a stringere la mano all’avversario, a riprendere interrotti dialoghi; ad accordare il perdono e a vincere l’odio con l’amore; a ricercare sinceramente la concordia e a soccorrere con larghezza il bisognoso. 30.Terminando la nostra sosta meditativa presso l’immagine di santa Maria di Monte Berico, rivolgiamo il pensiero a tutti i santuari della nostra Regione, a tutte le Chiese locali del Triveneto, diocesi insigni per l’antichità, per la sapienza e santità dei loro vescovi, per il salutare influsso esercitato in Italia e in altri Paesi rivieraschi del Mediterraneo. Innalziamo poi la preghiera al Signore perché, per intercessione della santa Vergine, benedica le nostre popolazioni, ne conservi le radici cristiane e, per sua grazia, esse vivano in operosa concordia e promuovano la cultura della vita e la civiltà dell’amore
Vicenza 7 settembre 1991 Santa Maria di Monte Berico, Amen. |