Commento al Vangelo domenicale, 6 settembre 2026

DOMENICA VENTITREESIMA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

“Tutto quello che scioglierete” (Matteo 18, 15-20)

Uno dei sentimenti umani più profondi e istintivi è il desiderio di vendetta, quando riteniamo, a torto o a ragione, di essere stati offesi, personalmente, o con il gruppo cui apparteniamo.

Nella Bibbia, a volte si attribuisce a Dio stesso lo spirito di vendetta, per punire in Israele le trasgressioni della sua Legge, e nei popoli stranieri la violenza contro Israele.

Più propriamente, la Bibbia rivendica solo per Dio il potere della vendetta, per liberare il cuore dell’uomo dalla volontà di vendicarsi da solo, per un’offesa o un’ingiustizia ricevuta: “Mia è la vendetta; io darò quello che si è meritato”.

Anche la legge del taglione del “occhio per occhio, dente per dente” ha cercato di limitare la reazione violenta di colui che si ritiene offeso: la sua vendetta non può produrre un male più grande dell’offesa ricevuta. Se ti è stato tolto un occhio o un dente, tu puoi togliere un occhio o un dente al tuo avversario, ma non di più. Non puoi togliergli entrambi gli occhi o ucciderlo.

L’idea di un Dio che fa giustizia, che si vendica di tutte le offese, è profondamente radicata nella coscienza religiosa. I mali che ci affliggono, a volte a causa dei nostri errori o limiti, sono facilmente interpretati come un castigo di Dio: un Dio che misura tutte le nostre azioni con i criteri della giustizia umana e dà a ciascuno secondo i suoi meriti.

Gesù ci propone un’altra immagine di Dio: un Dio che è Padre, e il cui principale attributo è la misericordia. E come a figli e figlie di un padre così misericordioso, Gesù ci insegna a non rispondere al male con il male, a spezzare la catena della vendetta e a lavorare con altri mezzi per la riconciliazione, la giustizia e la pace, anche se questa opzione sembra storicamente perdente. La comunità cristiana dovrebbe essere un modello di perdono e di correzione fraterna nelle relazioni interpersonali dei suoi membri.

Leggiamo nel vangelo di Matteo 18, 15-20:

Gesù disse ai suoi discepoli:

Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.

In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.

In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.

La comunità dei discepoli deve essere il luogo dell’amore fraterno e della pace, e se la pace è stata rotta per qualche offesa, si deve cercarla di nuovo attraverso la riconciliazione.

Nel testo del vangelo vediamo due membri della comunità: uno che ha offeso e uno che è stato offeso. L’offesa è un male che deve essere eliminato, perché danneggia le persone e la comunità, e potrebbe risvegliare il desiderio di vendetta. Il vangelo di Matteo ci propone i passi conosciuti dalla tradizione. Colui che è stato offeso non deve aspettare che il colpevole si penta e chieda perdono. E meno ancora può pensare alla vendetta. Deve essere capace di fare il primo passo, offrire il suo perdono e correggere fraternamente il fratello in privato: “Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo”. Sarà il modo per cercare di convincerlo e ricondurlo alla comunità.

Se l’autore dell’offesa non riconosce la sua colpa, altri membri della comunità potranno parlargli e testimoniare il suo errore: “Prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni”. E se non li ascolterà, sarà finalmente la comunità che cercherà di fargli riconoscere il male fatto. La comunità dovrà aiutare il fratello a liberarsi dalla sua colpa e sperimentare il dono del perdono e della riconciliazione.

Di fronte alla possibile indisponibilità del fratello, Gesù dice: “Sia per te come il pagano e il pubblicano”, come un peccatore. Ma Gesù è venuto proprio per i peccatori, i malati, gli esclusi. Se tuo fratello continua nell’errore, egli stesso si separa dalla comunità, ma tu non abbandonarlo, non lasciarlo solo, amalo di più, anche se è un amore che non riceve risposta. Se devi amare i tuoi nemici, quanto più dovrai amare un fratello che sbaglia, senza giudicarlo, cosciente della tua propria fragilità. Puoi conquistarlo solo con l’amore, un amore misericordioso che ti porterà a pregare per lui, con una preghiera comunitaria che sarà irresistibile davanti al Padre: “Tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”. L’infinita compassione del Padre passa attraverso l’azione liberatrice della comunità.

Ciò che darà sicura efficacia alla preghiera della comunità, in un contesto di riconciliazione, non sarà la sua forza o il numero dei suoi membri. Per quanto piccola e debole sia la comunità, la sua forza sarà il nome di Gesù, facendo appello alla sua persona: “Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”. Egli è in mezzo ai fratelli che non vogliono essere giudici di un fratello che pecca, ma testimoni e strumenti della sua misericordia. Centrati su Gesù e impegnati nel suo progetto, potranno estendere a tutto il mondo l’esperienza di compassione vissuta nella comunità.

Padre Bernardino Zanella osm

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