DOMENICA VENTICINQUESIMA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C
“Fatevi degli amici “ (Luca 16, 1-13)

Bruno Meneguzzo, Fraternità, Museo d’arte sacra di Monte Berico
Abilità, astuzia, sagacia, spesso si uniscono all’idea di inganno e di corruzione, ma sono anche atteggiamenti necessari per fare il bene: “Il bene bisogna farlo bene”.
Leggiamo nel vangelo di Luca 16, 1-13:
Gesù diceva ai discepoli: Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Un’altra parabola e nuove riflessioni, come parte dell’insegnamento di Gesù ai discepoli, sulla strada per Gerusalemme. L’amministratore di un uomo ricco è accusato di sperperare i beni del suo padrone. Questi gli chiede il resoconto e lo licenzia. L’amministratore si chiede come poter vivere in futuro e considera alcune opzioni: non ha la forza di “zappare”; non ha il coraggio per “mendicare”. All’improvviso, un’illuminazione: “So io che cosa farò!”. Offre abilmente uno sconto sostanzioso a ciascuno dei debitori del suo padrone, in modo da poter poi contare sulla loro solidarietà. Usa la ricchezza del suo padrone per costruire la sua nuova vita futura, per conquistare amici perché “quando sarà allontanato dall’amministrazione”, “ci sia qualcuno che lo accolga in casa sua”. È l’abilità dei “figli di questo mondo”, che “verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce” e usano il denaro a proprio vantaggio.
Gesù prende l’esempio dell’amministratore “disonesto” per insegnare ai suoi discepoli a fare un investimento molto più intelligente, usando le ricchezze a favore di quelli che non hanno nulla da dare in cambio, ma li accoglieranno “nelle dimore eterne”. In un’altra parabola, il ricco che “indossava vestiti di porpora e di lino finissimo e ogni giorno si dava a lauti banchetti”, non “fu portato dagli angeli accanto ad Abramo” insieme a Lazzaro, il povero, perché non seppe liberarsi delle sue ricchezze a favore dei poveri. Invece Zaccheo, il ricco pubblicano, quando incontra Gesù si libera della sua ricchezza: “Io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. In questo modo l’esattore delle tasse, che era un abile figlio “di questo mondo”, diventa un accorto figlio “della luce”.
La ricchezza accumulata è ingiusta, è “ricchezza disonesta”, ma c’è un modo per riscattarla: condividerla con gli altri: “Fatevi degli amici”. Una terra di amici, che si aiutano a vicenda a vivere bene, nella giustizia, nell’uguaglianza e nella pace, non di nemici che si fanno concorrenza e lottano per avere più beni e più potere, amici del denaro e anzi suoi schiavi. La scelta è inevitabile, anche se nell’esperienza quotidiana la chiarezza e la coerenza non sono facili: non si possono servire “due padroni”. Nella complessità delle cose, tutto si riduce a un’alternativa essenziale: spendere la propria vita per costruire il regno di Dio, il bene di tutti, specialmente dei più poveri e dei più vulnerabili, o spenderla per costruire il proprio regno: “Non si può servire Dio e il denaro”.

Padre Bernardino Zanella osm

