DOMENICA VENTOTTESIMA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

“Venite alle nozze” (Matteo 22, 1-14)

Se è vero che nel nostro tempo da una parte vanno crescendo l’integrismo e il fondamentalismo, con i loro frutti di intolleranza e violenza, è anche vero che d’altra parte crescono il dialogo interculturale e interreligioso e il rispetto del pluralismo.

Leggiamo nel vangelo di Matteo 22, 1-14:

Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti.

Il regno di Dio è paragonato a una festa, a qualcosa di molto gioioso e gratificante, un banchetto di nozze del figlio di un re. È chiaro che il re rappresenta Dio, e il figlio del re rappresenta Gesù. È un’immagine che tutti possono comprendere, per capire che il progetto di Dio è la felicità dei suoi figli e delle sue figlie.

I primi invitati al banchetto, le autorità religiose dell’antico popolo d’Israele, rifiutarono l’invito: “Andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari”. Hanno cose che considerano più importanti. Sono interessati alle loro proprietà e alle loro attività economiche. Altri, temendo di perdere i loro privilegi, perseguitano i messaggeri del re, i profeti: “Altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero”. In questo modo condannano sé stessi all’esclusione. Non si rendono conto di ciò che si stanno perdendo: la ricchezza del banchetto e la partecipazione alle nozze, la gioia di essere parte dell’alleanza con Dio. Non è mancanza di fede, ma la loro fede è centrata sui loro interessi: è idolatria.

Matteo presenta in dettaglio il destino di questi primi invitati, perché la comunità in qualsiasi momento può essere tentata di avere gli stessi atteggiamenti, e si esporrebbe alle stesse conseguenze: “Gli invitati non erano degni”.

L’invito diventa allora universale: “Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”, senza discriminazione di razza, condizione o credo. Persone che nessuno aveva mai invitato e che non avevano mai conosciuto la gioia di un banchetto nuziale. Cadono tutte le barriere. La prima lettera a Timoteo dice la stessa cosa, con altre parole: “Dio vuole che tutti gli uomini si salvino”. Questa è la vocazione radicale di ogni essere umano, chiamato a riprodurre “l’immagine di Dio”, prima e al di là dell’appartenenza a qualsiasi religione e cultura. Il concilio Vaticano II dice che “con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in qualche modo ad ogni uomo”. Le conseguenze sono straordinarie: il banchetto del Regno per tutti, “buoni e cattivi”, come il sole è per tutti, come la pioggia per tutti.

Le religioni possono aiutare a prendere coscienza collettiva di questa condizione umana. La Lettera agli Ebrei, una delle Lettere del Nuovo Testamento che in passato era attribuita a san Paolo, ci ricorda: “In molte occasioni e in molti modi Dio parlò anticamente ai nostri padri”. La preoccupazione dell’autore è di aiutare la sua comunità a valorizzare il dialogo di Dio con il suo popolo, attraverso i secoli, e a riconoscere che questo dialogo trova la sua definitiva pienezza in Gesù, il Figlio, la Parola di Dio fatta carne. La Lettera parla dei “padri” dell’Antica Alleanza, del popolo di Israele. Ma la tradizione patristica e recentemente il Concilio ci hanno insegnato a riconoscere i “semi” del Verbo e del vangelo nell’esperienza religiosa di tutti i popoli. Ciò significa che Dio ha parlato anche ai “nostri padri”, ai padri di ogni popolo. Senza dubbio si tratta di una rivelazione parziale e incompleta, come parziale e incompleta è stata anche la rivelazione dell’Antico Testamento. Solo in Cristo tutti i popoli trovano la più alta rivelazione su Dio e sull’uomo stesso.

La nostra sfida ora è assumere la storia antica del popolo di Israele come preparazione e profezia di Cristo. E lo stesso atteggiamento dobbiamo avere verso la storia dei nostri popoli, preparazione e profezia del vangelo. Solo uno sguardo pieno di rispetto e di affetto può aiutarci a scoprire le orme di Dio, che aveva già attraversato i diversi paesi prima di qualsiasi missionario, nell’esperienza religiosa dei popoli, invitandoli in modi diversi al banchetto del regno di Dio. Il concilio Vaticano II ha dichiarato: “La chiesa cattolica non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni”, perché “non di rado esse riflettono una scintilla di quella verità che illumina tutti gli uomini”.

La seconda parte della parabola del vangelo, del commensale che “non indossava l’abito nuziale”, è tipica di Matteo, che vuole esortare la sua comunità non solo all’adesione di fede, ma anche a una coerenza di vita nel seguire Gesù, assumendo e incarnando il suo progetto, perché “ci sono più chiamati che eletti”.

Padre Bernardino Zanella osm


A San Giorgio in Gogna per il sesto Sentiero della fede

Chiesa di San Giorgio in Gogna
Giovedì 15 ottobre 2026, ore 17.30

Giovedì 15 ottobre, alle ore 17.30, nella chiesa di San Giorgio in Gogna, ubicata lungo un sentiero collinare che dall’antica Wisega portava a Monte Berico, si terrà il sesto appuntamento della rassegna Sentieri Mariani della fede, promossa dalle attività culturali del Santuario di Monte Berico in collaborazione con l’Associazione CDS Presenza Donna, il Conservatorio di Vicenza e il Centro culturale San Paolo.
Protagonista dell’incontro sarà Maria Teresa Milano, ebraista e scrittrice con la riflessione sul tema Da Miryam, sorella di Mosè, a Maria di Nazareth. La studiosa ci guiderà in un percorso alla scoperta di alcune figure femminili che hanno attraversato la storia e la tradizione biblica. Un viaggio tra Scrittura, spiritualità e musicalità dei cantici femminili, per riscoprire il ruolo e la presenza delle donne nella tradizione ebraico-cristiana, dalle origini fino alla figura di Maria di Nazareth.
La Goccia d’arte, a cura di Agata Keran, storica dell’arte, metterà a fuoco il legame profondo che unisce l’antico lazzaretto di San Giorgio con la storia delle apparizioni sul colle Berico.
Come da consuetudine, l’animazione musicale dell’incontro è affidata ai musicisti del Conservatorio di Vicenza, coinvolgendo questa volta Jingzhi Li (soprano), Giorgio Fiori (violoncello) e Maria Martelletto (fagotto), che interpreteranno brani di Bach, Vivaldi e Mozart.


La rassegna Sentieri Mariani della fede si snoda in sette momenti di meditazione tra parola, immagine e musica, pensati per intrecciare prospettive teologiche, artistiche e musicali. L’iniziativa rientra nelle celebrazioni dell’Anno Giubilare Mariano e della Rinascita 1426-2026, nel sesto centenario dell’apparizione della Beata Vergine a Monte Berico. I programmi musicali sono coordinati da Laura Martelletto, docente del Conservatorio A. Pedrollo; mentre la direzione progettuale della rassegna è a cura di Agata Keran, referente delle attività culturali del Santuario. L’ultimo sentiero si terrà in Basilica di Monte Berico giovedì 19 novembre alle 20.45.

Ingresso libero con prenotazione consigliata
Info e prenotazioni: info@monteberico.it

Settimo Sentiero
Giovedì 19 novembre 2026, ore 20.45
Ai piedi della croce
Francesca Meneghetti, storica dell’arte
Focus sui crocifissi devozionali dei Servi di Maria
Programma musicale a cura del Conservatorio A. Pedrollo di Vicenza
Luogo di svolgimento: Basilica di Santa Maria di Monte Berico

DOMENICA VENTISETTESIMA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

“La pietra d’angolo” (Matteo 21, 33-46)

Il desiderio di imporre la nostra volontà, di comandare, insieme al desiderio di accumulare beni, sono le forme dell’istinto che potrebbero dominarci tutti, se non facciamo un cammino di liberazione interiore che ci porti a costruire rapporti di uguaglianza e solidarietà concreta. Questi moti istintivi producono molti più danni, quando le religioni li giustificano in nome di Dio.

Leggiamo nel vangelo di Matteo 21, 33-46:

Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:

Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?”. Gli risposero: “Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo”.

E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture:

La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?

Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato”.

Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.

Gesù narra questa dura parabola negli ultimi giorni della sua vita, nell’estremo conflitto con i suoi avversari, nel tempio stesso di Gerusalemme. La rivolge alle più alte autorità religiose, ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo. Erano loro che affittavano “la vigna”, cioè il popolo che Dio aveva protetto con tanta cura e affetto. Questo speciale amore di Dio era stato cantato dal profeta Isaia: “Il mio amico aveva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgomberata di sassi, e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino”. I sommi sacerdoti e i capi del popolo non sono i “proprietari”, ma, come i loro predecessori, fanno tutto il possibile per impadronirsi dei frutti della vigna: picchiano, uccidono, lapidano i servi del padrone, i profeti inviati da Dio, e alla fine decidono di uccidere il figlio: “Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. È l’annuncio della morte di Gesù: “Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”, come prevedeva il libro del Levitico per i bestemmiatori.

La parabola si ispira a fatti noti: le rivolte dei contadini, che di tanto in tanto si alzavano contro i latifondisti stranieri. Gesù parte da quell’esperienza per dare un altro insegnamento. La parabola è fin troppo chiara: i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo “capirono che parlava di loro”. Sarebbero disposti a tutto per raggiungere i loro obiettivi, mantenere il potere e aver cura dei loro interessi, decisi a compiere ciò che dice la parabola, ad uccidere il figlio, se non li fermasse per ora la paura del popolo: “Ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta”. Vogliono essere loro i padroni della vigna e appropriarsi dei suoi frutti.

Il vangelo di Matteo non vuole che ci limitiamo a un giudizio sui dirigenti ebrei, che respinsero e uccisero i profeti e crocifissero Gesù; vuole far riflettere la sua comunità, perché la tentazione del potere è permanente, e per tutti. E la minaccia: “quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini” è in realtà un’esortazione a non sprecare il dono di Dio, la chiamata alla fede e alla sequela di Gesù: “Egli si aspettava giustizia, ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi” (Is 5, 7).

Gesù è “la pietra d’angolo”: la pietra che può essere rifiutata, per alcuni “pietra d’inciampo”, come aveva già profetizzato l’anziano Simeone, quando Maria e Giuseppe presentarono Gesù al tempio, quaranta giorni dopo la sua nascita: “Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione”. Oppure può essere la pietra scelta per la costruzione del vero tempio di Dio, “un popolo che ne produca i frutti”, opere di giustizia, di equità, di misericordia e tenerezza, di pace e di amore. E come Gesù, altre pietre scartate troveranno il loro posto nel tempio di Dio, “i pubblicani e le prostitute”, gli esclusi dalle culture dominanti, dalle religioni e dalle politiche, i portatori del sogno di un’umanità nuova, riconciliata, giusta e pacifica, in armonia con tutta la creazione.

Padre Bernardino Zanella osm

CONCERTO GIUBILARE

MAGNIFICAT IN TANGO

Basilica di Santa Maria di Monte Berico

Sabato 3 ottobre, ore 21.00

Sabato 3 ottobre 2026, alle ore 21.00, la Basilica di Santa Maria di Monte Berico accoglierà un concerto de “I Polifonici Vicentini”, diretto da Pierluigi Comparin, nell’ambito dell’Anno giubilare mariano 1426-2026.

Promosso dall’Ordine dei Servi di Maria, il concerto contempla un itinerario musicale ispirato al cantico della Beata Vergine, mettendo in scena il Magnificat in tango del compositore Mario Lanaro. La partitura è stata commissionata da “I Polifonici Vicentini” nel 2025, in occasione dei 45 anni della loro fondazione, ed intreccia la parola evangelica con le sonorità passionali e ritmiche del tango. Scritta per coro misto, soprano e contralto solisti, voce recitante, violino, violoncello, bandoneón e pianoforte, la composizione include i passi recitati tratti da una libera traduzione di Ermes Ronchi e affidati alla voce di Mariateresa Totti.

Il gruppo corale “I Polifonici Vicentini” è attivo dal 1980. Propone un ampio repertorio, anche romantico e contemporaneo, interpretando di preferenza la polifonia sacra e profana. Ha collaborato con diversi ensemble strumentali del panorama vicentino nell’esecuzione di importanti opere dal periodo barocco ai giorni nostri. Costante è l’affermazione in campo nazionale e internazionale, con prestigiosi premi e collaborazioni.

Il gruppo è diretto, sin dalla fondazione, da Pierluigi Comparin. Per più di quattro decenni organista titolare del Tempio di Santa Corona in Vicenza, questo maestro è stato anche docente di organo, modalità e canto gregoriano presso il Conservatorio Pedrollo di Vicenza. Ha svolto un’intensa attività concertistica in Italia ed all’estero, realizzando inoltre numerose incisioni di musiche corali e organistiche.

Accanto al gruppo corale, saranno protagonisti Oh Jimin (soprano) e Chiara Comparin (contralto) con Davide Vendramin al bandoneon, Matteo Marzaro al violino, Francesco Bettin al violoncello e Sergio Marcante al pianoforte. Il concerto è a ingresso libero.

Ingresso libero

Per informazioni: info@monteberico.it

DOMENICA VENTISEIESIMA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A
“Che ve ne pare?” (Matteo 21, 28-32)


Capita a molti di noi di dire o insegnare alcune cose, che noi stessi non sempre mettiamo in pratica. A volte, a essere sinceri, semplicemente non riusciamo a realizzare ciò che diciamo. Altre volte diciamo cose in cui non crediamo e perciò non siamo in grado di metterle in pratica. La coerenza tra parola e vita è una sfida costante.
Leggiamo nel vangelo di Matteo 21, 28-32:

Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Risposero: “Il primo”. E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli”.

Introducendo questo racconto, una parabola rivolta alle autorità religiose e civili, Gesù pone loro questa domanda: “Che ve ne pare?”.
Evidentemente l’evangelista Matteo vuole che risponda anche la sua comunità, e sollecita indirettamente anche noi. Cosa pensiamo dell’atteggiamento dei due figli? Uno ha detto “no” al padre che gli ha chiesto di andare a lavorare nella sua vigna, e poi gli ha obbedito: “si pentì e vi andò”, ha saputo mettersi in discussione e cambiare. E l’altro ha detto “sì”, e poi non gli ha obbedito. In quale dei due figli ci riconosciamo, se al posto del padrone della vigna mettiamo Dio, e se comprendiamo tutta la tenerezza e l’affetto che c’è nell’invito: “figlio”? Matteo vorrebbe che non imitassimo nessuno dei due figli, e che dicessimo “sì” alla volontà del Padre e semplicemente la adempissimo.
Per rimanere ai protagonisti della parabola, la lezione che gli ascoltatori traggono dalla parola di Gesù è che il primo figlio che ha detto “no” al padre e poi gli ha obbedito, ha compiuto realmente la volontà del padre, mentre colui che aveva prontamente detto “sì”, in verità non l’ha compiuta. Dicendo il suo “sì” aveva visto un padrone a cui sottomettersi: “Sì, signore”, non il padre a cui obbedire con amore filiale. Ha realizzato ciò che diceva il profeta Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”.
È troppo facile leggere oggi questa parabola e spingersi a dire che il popolo di Israele è il figlio che ha detto “sì” a Dio e non ha obbedito, mentre il nuovo popolo di Dio che viene dal mondo pagano, dopo aver detto “no”, alla fine si è convertito e ha obbedito a Dio. Probabilmente questo potrebbe essere un primo livello, un po’ superficiale, di interpretazione.
L’interrogativo va più in profondità. In Israele c’erano gli osservanti della Legge, “i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo”, che in realtà non compivano adeguatamente la volontà di Dio, perché non si aprivano alla novità della rivelazione: avevano rifiutato il messaggio di Giovanni Battista, come in seguito rifiuteranno Gesù stesso. E c’erano trasgressori della Legge, pubblicani e prostitute, che già con la predicazione di Giovanni Battista si sono convertiti, “gli hanno creduto”. Gli esclusi cambiarono vita, mentre i capi religiosi, che a parole adorano Dio, rimangono legati alla loro ambizione e arroganza, servendo solo ai propri interessi. Da qui l’affermazione categorica di Gesù: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. Pubblicani e prostitute non solo “passano avanti”, ma sostituiscono.
Il popolo di Israele aveva una rinnovazione rituale dell’alleanza con Dio, e ripeteva il suo impegno: “Faremo tutto ciò che Dio ci ha detto”. Però poi non lo metteva in pratica. È Maria, la madre di Gesù, che nell’annunciazione dice “sì”; lo dice nel proprio nome e nel nome della nuova umanità, e si consegna interamente alla volontà di Dio, con la parola e con i fatti concreti.
Compiere la volontà del Padre in coerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo è l’insegnamento di questa parabola del vangelo di Matteo: “Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel regno di Dio, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. È ciò che chiediamo nel “Padre nostro”, “sia fatta la tua volontà”: compiere la volontà di Dio, realizzando con le parole e con le opere il progetto che Gesù ci ha proposto. Quante persone nel mondo vivono così, compiendo la volontà di Dio, senza parlare molto, a volte appartenendo a religioni diverse dal cristianesimo o non riconoscendosi in nessuna specifica fede! E quante persone realizzano lo stesso progetto di Gesù, dicendo “no” a parole al cristianesimo; lo rifiutano, scandalizzati dagli atteggiamenti di tanti credenti, che non fanno quello che dicono! La vera adorazione di Dio è l’adorazione che realizziamo con la nostra vita, mentre a volte ci accontentiamo della ripetizione abituale di alcuni riti, senza che ci cambino davvero, come il figlio della parabola che disse: “Sì, signore”, ma non andò. Potremmo meritare quel duro giudizio di Gesù: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Fate e osservate tutto ciò che vi viene detto, ma non imitate le loro opere, perché dicono, ma non fanno”.

Padre Bernardino Zanella osm

DOMENICA VENTICINQUESIMA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

“Andate anche voi” (Matteo 19, 30 – 20, 16)

Il funzionamento di qualsiasi gruppo o istituzione richiede che i suoi membri assumano compiti diversi per la realizzazione del bene comune. Questo, specialmente nell’ambito della chiesa, non dovrebbe creare differenti gradi di dignità e di privilegio, ma rafforzare l’uguaglianza, nella diversità dei tempi e dei servizi che ogni persona è chiamata a svolgere. Dio stesso, nell’insegnamento di Gesù, rivela un amore generoso e gratuito, che non si limita alla giustizia e va oltre i meriti di ciascuno.

Leggiamo nel vangelo di Matteo 19, 30 – 20, 16:

Gesù disse ai suoi discepoli:

Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi. Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi.

Nel linguaggio simbolico della parabola, la vigna è l’umanità. A questa vigna sono invitati a lavorare alcuni giornalieri contrattati “all’alba” per “un denaro al giorno”.

In diverse ore del giorno il proprietario della vigna esce per invitare altri nuovi lavoratori: “Andate anche voi nella vigna”. Più che sulla vigna, l’attenzione del proprietario è focalizzata sulla preoccupazione per le persone: “Ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati”; “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”.  Colpisce il triste e doloroso lamento dei lavoratori invitati all’ultima ora del giorno: “Nessuno ci ha presi a giornata”. E vanno a lavorare per il resto della giornata senza contrattare nessun salario.

La paga alla fine della giornata, uguale per tutti, rispetta e compie la giustizia degli accordi iniziali: “Non hai forse concordato con me per un denaro?”.  Ma non tiene conto della diversità dei lavoratori, alcuni dei quali hanno lavorato molte più ore di altri. Ed ecco l’insegnamento della parabola.

L’invito a lavorare per fare dell’umanità la famiglia felice dei figli e delle figlie di Dio è gratuito. Non mira a una ricompensa per i meriti. Spendere la propria vita al servizio degli altri, lavorando nella vigna del mondo, non dà diritto a privilegi o separazioni, ma realizza quello che ciascuno è chiamato a fare, seguendo chi l’ha fatto per primo, Gesù. La chiamata è gratuita, ed anche la risposta, e la stessa paga per tutti, indipendentemente dalle ore, dalla quantità di lavoro e dai compiti svolti per la comunità.

Questo può suscitare il malcontento e il fastidio di alcuni, che si sentono più meritevoli di altri, e pretendono un riconoscimento diverso: “Abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.

È difficile per noi pensare a questa uguaglianza radicale, perché molte volte nella stessa comunità ripetiamo i criteri della società, in cui il mercato è l’unica legge che governa: io cerco con tutti i mezzi di ottenere il più possibile, dando da parte mia il meno che posso. I criteri di Dio, invece, sono sconcertanti. Egli dà quello che è giusto, e molto di più, gratuitamente. È “ingiusto”, da un punto di vista umano. La logica di Dio non è la logica degli uomini: “Tu sei invidioso perché io sono buono?”.  Ciò che Dio vuole è solo la felicità dell’uomo.

Potremmo essere tentati di abusare di un tale Dio, perché sappiamo che ci “paga” al di là dei nostri meriti, oppure possiamo cercare di imitarlo, come figli e figlie che riproducono in sé stessi le caratteristiche del Padre.

Padre Bernardino Zanella osm

Sentieri Mariani della fede

Al Villaggio del Sole per il quinto Sentiero della fede

Giovedì 17 settembre 2026, ore 20.30

Giovedì 17 settembre, alle ore 20.30, nella chiesa di San Carlo al Villaggio del Sole, si terrà il quinto appuntamento della rassegna Sentieri Mariani della fede, promossa dalle attività culturali del Santuario di Monte Berico in collaborazione con l’Associazione CDS Presenza Donna, il Conservatorio di Vicenza e il Centro San Paolo.Protagonista dell’incontro sarà la teologa Simona Segoloni Ruta, docente di ecclesiologia e mariologia e presidente del Coordinamento delle Teologhe Italiane, che proporrà una riflessione sul tema Donna Maria di Nàzaret.

Attraverso una riflessione teologica e biblica, la studiosa ci accompagnerà alla scoperta dell’esperienza di fede di Maria, restituendoci una figura profondamente umana e vicina. Maria sarà presentata non come donna irraggiungibile, ma come sorella, compagna di cammino e maestra di fede, capace di attraversare dubbi, scelte e fatiche, proprio come ciascuna e ciascuno di noi.

La Goccia d’arte, a cura di Agata Keran, storica dell’arte, sarà dedicata al simbolismo mariano impresso nello spazio liturgico della chiesa del Villaggio del Sole, tra gli esempi più significativi di architettura sacra contemporanea nel Veneto.

L’animazione musicale sarà affidata all’Ensemble di fagotti del Conservatorio di Vicenza, diretto dal maestro Steno Boesso e formato da Giada Ballico, Giulia Balestro, Martina Bernardelle, Eva Cipriani, Maria Martelletto, Laura Salviati e Sofia Vecchiato. Il programma proporrà due brani legati alla dimensione mariana: Den Herren will ich loben, ispirato a un celebre canto liturgico in lingua tedesca, e Le Phénix, concerto per ensemble di fagotti di Michael Corrette (1709-1795).

La rassegna Sentieri Mariani della fede si articola in sette momenti di meditazione tra parola, immagine e musica, pensati per intrecciare prospettive teologiche, artistiche e musicali. L’iniziativa rientra nelle celebrazioni dell’Anno Giubilare Mariano e della Rinascita 1426-2026, nel sesto centenario dell’apparizione della Beata Vergine a Monte Berico. I programmi musicali sono coordinati da Laura Martelletto, docente del Conservatorio A. Pedrollo; mentre la direzione progettuale della rassegna è a cura di Agata Keran, referente delle attività culturali del Santuario.

Ingresso libero con prenotazione consigliata

Info e prenotazioni: info@monteberico.it

Nei prossimi mesi si terranno altri due appuntamenti:

Giovedì 15 ottobre 2026, ore 17.30

Da Miryam, sorella di Mosè, a Maria di Nazareth. Incontro interreligioso con Maria Teresa Milano, ebraista

Luogo di svolgimento: chiesa di San Giorgio in Gogna

Giovedì 19 novembre 2026, ore 20.45

Ai piedi della croce. Incontro d’arte con Francesca Meneghetti

Luogo di svolgimento: Basilica di Santa Maria di Monte Berico

Venerdì 2 ottobre alle ore 18.00, presso la sala Sette Santi Fondatori, le attività culturali del Santuario di Monte Berico presentano un nuovo libro in vetrina, aprendo la rassegna “Letture Beriche”, frutto della collaborazione tra la Biblioteca Berica e il Museo d’arte sacra.

Protagonista dell’incontro sarà Maria Bertilla Franchetti con la pubblicazione Alla Donna di Grazia. 70 parafrasi poetiche dell’Ave Maria, edita da Sanpino con la prefazione di Valerio Bocci. Introdurrà la presentazione padre Giorgio M. Vasina, direttore della Biblioteca Berica e profondo cultore della poesia spirituale, mentre il momento musicale coinvolgerà il chitarrista Giovanni Vecchiato.

«Da una scintilla di ispirazione per una preghiera strettamente personale, nata in un giorno qualsiasi e destinata a rimanere privata, si sono sviluppate via via altre rivisitazioni poetiche dell’antica orazione», afferma l’autrice, spiegando quell’afflato che ha guidato la sua creazione poetica.

Se nella costruzione dei versi la struttura dell’Ave Maria rimane sempre salda, ancorata allo schema classico (saluto, lode e supplica), l’evolversi della composizione complessiva si apre a un orizzonte interiore della preghiera, costellato di simboli antichi e delle visioni personali e intime, scaturite da un procedere quotidiano oltre il visibile. Il lettore è sollecitato, passo dopo passo, a lasciarsi coinvolgere nello stesso cammino, per riscoprire la voce tenace e gentile della “ragazza di Nazareth”.

«Reputo questo lavoro un dono di Maria», racconta l’autrice. «Non l’avevo assolutamente progettato. Una spinta e un’esigenza interiore mi hanno accompagnata al risultato finale. Una volta ottenuta la “galleria” di composizioni in sé autonome, ho percepito che avevano un senso, un loro ritmo interno».

Riflette Bocci nella prefazione al libro: «La parola poetica si accosta all’Ave Maria con discrezione, quasi in punta di piedi. Non per aggiungere qualcosa alla sua essenzialità evangelica, ma per lasciarne affiorare i riflessi, le risonanze, i riverberi del cuore. Ogni parafrasi è come una piccola lampada accesa davanti allo stesso mistero: non pretende di trattenerlo né di spiegarlo, ma lo contempla e se ne lascia illuminare. La spiritualità che attraversa queste pagine non è astratta, né lontana dalla vita. Ha il respiro della Terra e del Cielo, della carne e della fede, della ferita e della speranza».

Nota biografica

Maria Bertilla Franchetti risiede a Volpino di Arcole (Verona). Già docente liceale di Lettere, continua a occuparsi di formazione degli insegnanti ed è membro del Laboratorio Red dell’Università Ca’ Foscari di Venezia per la ricerca educativa e didattica. Giornalista pubblicista, collabora per il settimanale diocesano «La Voce dei Berici». Ha all’attivo diversi libri. La poesia rientra tra i suoi spiccati interessi e ad essa cerca di avvicinare le nuove generazioni.

Info e prenotazioni:

info@monteberico.it

0444.1242153 (WhatsApp)

DOMENICA VENTIQUATTRESIMA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

“Se non perdonerete” (Matteo 18, 21-35)

L’esperienza dei nostri limiti e della nostra fragilità ha portato gli uomini a costruirsi un’immagine di un dio “onnipotente”, capace di superare la nostra impotenza e risolvere tutti i problemi che noi non abbiamo la capacità di risolvere.

Gesù, invece, ci rivela un’altra immagine di Dio. Il suo insegnamento e la sua vita sono la via più trasparente e luminosa per una vera conoscenza di Dio, che non ha per finalità una maggiore informazione e più numerosi dati sulla sua identità. Quel poco che possiamo arrivare a conoscere del mistero di Dio è per trasformare la nostra vita in modo che sia sempre più simile a ciò che egli è. E la caratteristica essenziale, intima di Dio, che Gesù ci presenta, è la sua misericordia. La manifesta in tutti i suoi gesti e le sue parole. Siamo chiamati a riconoscerla con cuore grato e a riprodurla in noi stessi.

Leggiamo nel vangelo di Matteo 18, 21-35:

Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.

Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello.

Pietro fa una domanda a Gesù, orientando già la risposta: “Quante volte dovrò perdonare?”.

C’è una maturità in questa domanda. Non si parla più di castigare il fratello colpevole, o di vendetta per l’offesa ricevuta. E neppure si esige come condizione per il perdono il pentimento del fratello autore dell’offesa. Pietro vuole solo conoscere la misura del perdono: “Fino a sette volte?”. Gli pare un atteggiamento di grande generosità perdonare sette volte, perché era già così difficile perdonare una sola volta. I più perfetti potevano arrivare fino a tre. La risposta di Gesù è incredibile: “Fino a settanta volte sette”: una misura senza limiti.

Da dove prende Gesù questa misura? “Settanta volte sette” nell’Antico Testamento era il grido di Lamec, discendente di Caino, che minacciava una vendetta così contro chiunque avesse osato ferirlo o colpirlo. Gesù indica quella stessa misura per il perdono al fratello.

Con una parabola ci mostra com’è Dio, attraverso l’immagine di “un re che volle regolare i conti con i suoi servi”. Di fronte a un servo che invoca misericordia per un debito enorme, impossibile da pagare, il re “ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito”. Così è Dio. Non c’è debito o colpa, per quanto grave, che non possa incontrare la sua misericordia. Dio ha “viscere” di misericordia.

Una volta conosciuta e sperimentata la misericordia del re, il servo è chiamato a riprodurre nella sua vita quella stessa misericordia e ad offrirla ai suoi compagni. È ciò che il servitore della parabola non vuole fare. Da un compagno che gli doveva una piccola somma di denaro, esige il pagamento immediato e, di fronte alla sua incapacità di cancellare il debito al momento, “andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito”.

La terribile conclusione della parabola non vuole presentarci l’immagine di un Dio castigatore e violento. Sarebbe contro la sua vera natura. E non si può pensare che la misericordia di Dio sia condizionata e dipendente dalla nostra. Vuole solo dirci quale strada dobbiamo seguire: “Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Non è possibile conoscere questo aspetto più proprio di Dio, che è la misericordia, sperimentarlo in noi stessi, se non lo estendiamo agli altri. Ricevere misericordia e non offrirla è sprecare la propria vita, come ci racconta simbolicamente la parabola con immagini così dure: “Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto”.

Naturalmente, la capacità di perdonare “fino a settanta volte sette” non significa alcuna tolleranza o complicità con il male. Ci vuole grande saggezza e fortezza: opporci fermamente, con tutte le nostre forze, al male, in noi stessi e nella società, esigendo anche la giusta riparazione; e nello stesso tempo aprire il nostro cuore a una misericordia che è il dono più grande che possiamo ricevere e offrire. “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”.

Padre Bernardino Zanella osm

Torna in alto