DOMENICA VENTITREESIMA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

“Tutto quello che scioglierete” (Matteo 18, 15-20)

Uno dei sentimenti umani più profondi e istintivi è il desiderio di vendetta, quando riteniamo, a torto o a ragione, di essere stati offesi, personalmente, o con il gruppo cui apparteniamo.

Nella Bibbia, a volte si attribuisce a Dio stesso lo spirito di vendetta, per punire in Israele le trasgressioni della sua Legge, e nei popoli stranieri la violenza contro Israele.

Più propriamente, la Bibbia rivendica solo per Dio il potere della vendetta, per liberare il cuore dell’uomo dalla volontà di vendicarsi da solo, per un’offesa o un’ingiustizia ricevuta: “Mia è la vendetta; io darò quello che si è meritato”.

Anche la legge del taglione del “occhio per occhio, dente per dente” ha cercato di limitare la reazione violenta di colui che si ritiene offeso: la sua vendetta non può produrre un male più grande dell’offesa ricevuta. Se ti è stato tolto un occhio o un dente, tu puoi togliere un occhio o un dente al tuo avversario, ma non di più. Non puoi togliergli entrambi gli occhi o ucciderlo.

L’idea di un Dio che fa giustizia, che si vendica di tutte le offese, è profondamente radicata nella coscienza religiosa. I mali che ci affliggono, a volte a causa dei nostri errori o limiti, sono facilmente interpretati come un castigo di Dio: un Dio che misura tutte le nostre azioni con i criteri della giustizia umana e dà a ciascuno secondo i suoi meriti.

Gesù ci propone un’altra immagine di Dio: un Dio che è Padre, e il cui principale attributo è la misericordia. E come a figli e figlie di un padre così misericordioso, Gesù ci insegna a non rispondere al male con il male, a spezzare la catena della vendetta e a lavorare con altri mezzi per la riconciliazione, la giustizia e la pace, anche se questa opzione sembra storicamente perdente. La comunità cristiana dovrebbe essere un modello di perdono e di correzione fraterna nelle relazioni interpersonali dei suoi membri.

Leggiamo nel vangelo di Matteo 18, 15-20:

Gesù disse ai suoi discepoli:

Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.

In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.

In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.

La comunità dei discepoli deve essere il luogo dell’amore fraterno e della pace, e se la pace è stata rotta per qualche offesa, si deve cercarla di nuovo attraverso la riconciliazione.

Nel testo del vangelo vediamo due membri della comunità: uno che ha offeso e uno che è stato offeso. L’offesa è un male che deve essere eliminato, perché danneggia le persone e la comunità, e potrebbe risvegliare il desiderio di vendetta. Il vangelo di Matteo ci propone i passi conosciuti dalla tradizione. Colui che è stato offeso non deve aspettare che il colpevole si penta e chieda perdono. E meno ancora può pensare alla vendetta. Deve essere capace di fare il primo passo, offrire il suo perdono e correggere fraternamente il fratello in privato: “Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo”. Sarà il modo per cercare di convincerlo e ricondurlo alla comunità.

Se l’autore dell’offesa non riconosce la sua colpa, altri membri della comunità potranno parlargli e testimoniare il suo errore: “Prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni”. E se non li ascolterà, sarà finalmente la comunità che cercherà di fargli riconoscere il male fatto. La comunità dovrà aiutare il fratello a liberarsi dalla sua colpa e sperimentare il dono del perdono e della riconciliazione.

Di fronte alla possibile indisponibilità del fratello, Gesù dice: “Sia per te come il pagano e il pubblicano”, come un peccatore. Ma Gesù è venuto proprio per i peccatori, i malati, gli esclusi. Se tuo fratello continua nell’errore, egli stesso si separa dalla comunità, ma tu non abbandonarlo, non lasciarlo solo, amalo di più, anche se è un amore che non riceve risposta. Se devi amare i tuoi nemici, quanto più dovrai amare un fratello che sbaglia, senza giudicarlo, cosciente della tua propria fragilità. Puoi conquistarlo solo con l’amore, un amore misericordioso che ti porterà a pregare per lui, con una preghiera comunitaria che sarà irresistibile davanti al Padre: “Tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”. L’infinita compassione del Padre passa attraverso l’azione liberatrice della comunità.

Ciò che darà sicura efficacia alla preghiera della comunità, in un contesto di riconciliazione, non sarà la sua forza o il numero dei suoi membri. Per quanto piccola e debole sia la comunità, la sua forza sarà il nome di Gesù, facendo appello alla sua persona: “Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”. Egli è in mezzo ai fratelli che non vogliono essere giudici di un fratello che pecca, ma testimoni e strumenti della sua misericordia. Centrati su Gesù e impegnati nel suo progetto, potranno estendere a tutto il mondo l’esperienza di compassione vissuta nella comunità.

Padre Bernardino Zanella osm

Omelia nella festa della Beata Vergine Maria di Monte Berico

Basilica di Monte Berico, 25 agosto 2026

Letture: Sir 2,6-11.18; Sal. 103; Gal 4,4-7; Gv 19,25-27

Introduzione alla Messa

Fratelli e sorelle,

la festa della Madonna di Monte Berico ci riporta oggi a un giorno preciso della storia della nostra Chiesa e della nostra città: il 25 agosto 1428, quando venne posta la prima pietra del Santuario. Quella pietra diceva la fiducia di un popolo che, in un tempo segnato dalla prova, aveva sperimentato la vicinanza di Maria e, attraverso di lei, la misericordia di Dio.

Omelia

Un cordiale saluto al rettore di questa Basilica padre Carlo con i confratelli Servi di Maria, al presidente del Capitolo della Cattedrale Mons. Francesco a ai capitolari, un saluto alle autorità civili in rappresentanza del Comune e della Provincia e alle altre autorito.

Fratelli e sorelle, è proprio la misericordia la parola che attraversa con insistenza la prima lettura. Il libro del Siracide la richiama per ben quattro volte: «sperate nei suoi benefici, nella felicità eterna e nella misericordia»; «il Signore è clemente e misericordioso»; «perdona i peccati»; «salva al momento della tribolazione».

Non si tratta semplicemente di una consolazione per i giorni difficili. La misericordia è il modo stesso con cui Dio si rivolge all’uomo. È il suo chinarsi verso di noi per aprirci una strada anche quando noi non riusciamo più a scorgerla.

Questa misericordia ha preso un volto in Gesù Cristo. San Paolo ci ha ricordato: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna». La misericordia di Dio non è rimasta una promessa lontana: è entrata nella nostra storia, si è fatta carne, ha condiviso la fragilità della nostra condizione.

E quella misericordia, che appartiene pienamente a Cristo, viene in modo singolare partecipata a Maria. Per questo la veneriamo come Madre di misericordia.

Nel Vangelo la troviamo ai piedi della croce. Gesù dice al discepolo: «Ecco tua madre». Proprio nel momento della sofferenza e dell’apparente sconfitta, Cristo ci dona una madre. È come se dicesse: nessuno dei miei discepoli dovrà attraversare da solo la prova della vita. Maria rimane accanto a noi perché ci aiuti a credere che la misericordia del Padre è più grande del male e più tenace della nostra paura.

Abbiamo particolarmente bisogno di confessarlo in questo nostro tempo travagliato. Le guerre che continuano, le violenze, le ingiustizie, le inquietudini per il futuro possono insinuare il dubbio che la storia sia abbandonata a se stessa.

Ma questa parola riguarda anche da vicino la nostra città di Vicenza. Una città ricca di bellezza, segnata da un patrimonio artistico straordinario e da una vivacità imprenditoriale che ha generato lavoro, competenze e responsabilità. E tuttavia anche Vicenza conosce oggi fatiche che non possiamo ignorare: il calo demografico, la conseguente riduzione della forza lavoro, l’emergenza abitativa, quartieri nei quali non è sempre facile integrare costumi, culture e storie differenti.

Che cosa significa, allora, per una città come la nostra confidare nella misericordia di Dio?

Non significa certo sottrarsi ai problemi, né pensare che la fede possa sostituire la responsabilità delle istituzioni, delle imprese, delle comunità cristiane e dei cittadini. Al contrario. Confidare nella misericordia di Dio significa ricevere uno sguardo capace di elevarsi al di sopra della sola fatica del presente, per ritrovare respiro, creatività e coraggio.

Significa credere che anche dentro situazioni difficili si possano aprire strade nuove. Strade di solidarietà e integrazione, di sostegno alle persone più vulnerabili, di attenzione educativa alle nuove generazioni, di accompagnamento alle famiglie e alle coppie che desiderano accogliere dei figli, di scelte coraggiose perché nessuno si senta estraneo o escluso dalla vita della città.

La misericordia, allora, non ci rende meno responsabili: ci rende più liberi dalla paura e più capaci di prenderci cura gli uni degli altri.

È questa fiducia che sostiene anche la vita nascosta e quotidiana di tante persone. Penso alle famiglie che ogni giorno ricominciano, ai genitori che si prendono cura dei figli, a chi assiste una persona anziana o fragile, a chi affronta con responsabilità il proprio lavoro, a chi educa, cura, serve, costruisce relazioni di pace. Sono gesti che raramente fanno notizia, eppure tengono in piedi il mondo.

Anche questo impegno quotidiano poggia, spesso senza che ne siamo pienamente consapevoli, su una speranza: la vita merita di essere custodita, il bene merita di essere compiuto, l’altro merita la nostra cura. Noi cristiani osiamo dare un nome al fondamento ultimo di questa speranza: la misericordia del Signore.

Nel giorno in cui ricordiamo la prima pietra di questo Santuario, chiediamo una grazia a Maria, Madre di misericordia: che anche la nostra città e la nostra vita siano costruite su questa pietra sicura, la misericordia di Dio.

Maria, Madre di misericordia, prega per noi e custodisci Vicenza nella speranza.

Sua Eccellenza monsignor Giuliano Brugnotto Vescovo di Vicenza

DOMENICA VENTESIMA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

“Signore, aiutami” (Matteo 15, 21-28)

Se da un lato nel mondo cresce il processo di globalizzazione, dall’altro il fenomeno della discriminazione è sempre più evidente. La sfida è costruire un futuro di comunione e solidarietà, al di là delle barriere che esistono nella società, e che ci dividono a causa della razza, del paese, della ricchezza, del sesso, dell’età, della cultura, della religione, ecc.

Leggiamo nel vangelo di Matteo 15, 21-28:

Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio”. Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!”. Egli rispose: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”. Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: “Signore, aiutami!”. Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. “È vero, Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Allora Gesù le replicò: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Dopo un duro conflitto con i rappresentanti della religione ufficiale, che non esita a definire “ipocriti”, Gesù lascia il suo paese e si ritira in una terra pagana, nella regione di Tiro e Sidone. Già questo gesto, al di là degli avvenimenti e del dialogo che segue, dimostra un’apertura di Gesù verso un territorio considerato impuro, che un pio ebreo avrebbe persino dovuto evitare di calpestare. Là si incontra con “una donna cananea”, appartenente alla popolazione indigena: questa donna ha una figlia posseduta da un demonio che la tormenta terribilmente. Per questo invoca l’aiuto di Gesù, chiamandolo con i titoli che avrebbero dovuto commuoverlo: “Signore”, come lo chiamavano i discepoli; “Figlio di Davide”, cioè potente discendente della casa reale, come voleva il popolo.

Sembra che Gesù non si senta interpellato. Non ha orecchi per quella donna, e non si riconosce in quell’immagine di un Messia glorioso, “figlio di Davide”: “Ma egli non le rivolse neppure una parola”. Gli stessi discepoli intercedono per la donna, almeno perché non continui a disturbare: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!”. I discepoli sono infastiditi dalle grida e dalla vicinanza di una donna pagana tra coloro che accompagnano Gesù.

Nelle parole di Gesù si riflette la mentalità di molti membri della comunità di Matteo, di origine ebreo-cristiana, che consideravano Gesù come un riformatore della religione tradizionale e non comprendevano la novità e la dimensione universale della salvezza che Gesù era venuto a realizzare: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”, “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”.

Con assoluta fiducia la donna si getta ai piedi di Gesù e lo invoca: “Signore, aiutami!”. Poi con incredibile audacia risponde alle obiezioni di Gesù, abbattendo tutte le barriere razziali e religiose: “I cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. C’è pane per tutti, senza alcuna separazione, e Gesù è il pane offerto per la fame di tutti i popoli.

Una donna, e pagana, a differenza delle autorità religiose ufficiali che si opponevano alla novità di Gesù, lo commuove e lo converte, ed evangelizza la comunità di Matteo. Non è la guarigione della figlia che provoca la fede della madre, ma la fede tenace della madre che ottiene la guarigione. Gesù si arrende a lei: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”. Attraverso il dialogo di Gesù con la donna, Matteo vuole condurre progressivamente la sua comunità a superare l’intolleranza nazionalista. Non c’è discriminazione tra i popoli.

Il vangelo ci chiama ad uscire dai nostri mondi dogmatici, per scoprire umilmente che dai Cananei di oggi può venire la parola illuminante che ci apre all’universalità dell’amore e della misericordia di Dio.

Il messaggio del vangelo non è riservato a un piccolo gruppo di eletti: è sale e lievito per una nuova umanità, in cui la diversità e il pluralismo non sono una minaccia e un motivo di esclusione, ma la ricchezza con cui costruire la famiglia umana.

Padre Bernardino Zanella osm

“Vento contrario” (Matteo 14, 22-33)

La paura è la motivazione che muove molte delle nostre scelte: paura dell’ignoto, del futuro, della precarietà e dell’incertezza, della malattia e della morte. L’alternativa alla paura è la fiducia in sé stessi e negli altri, nella forza della vita, nella presenza di Dio e nella certezza della risurrezione.

Leggiamo nel vangelo di Matteo 14, 22-33:

Subito dopo, Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.

La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”.

La prima moltiplicazione dei pani, nel vangelo di Matteo, è un segno pasquale ed eucaristico, che può essere interpretato in diversi modi. Per i discepoli di Gesù, che avevano visto tutta quella folla mangiare “a sazietà”, poteva essere il momento del riconoscimento sociale, della popolarità e della gloria. Invece Gesù, con un atteggiamento che sembra quasi violento, li “costringe” a salire sulla barca e a passare all’altra sponda del lago. Egli vuole allontanare i discepoli dal luogo che potrebbe costituire per loro una tentazione: la tentazione del prestigio e del potere, contro la quale egli stesso aveva dovuto lottare nel deserto. La sua preghiera, solo sul monte, sarà per continuare a resistere alla tentazione, e per chiedere al Padre che anche i discepoli abbiano il coraggio di vincerla.

La solitudine di Gesù non è solo fisica. Come nella notte del Getsemani, Gesù è solo perché i suoi discepoli ancora non lo capiscono e non lo seguono. Egli vuole che i discepoli vadano “all’altra riva”, nella terra pagana, per la missione, per estendere a tutti i popoli l’esperienza della condivisione del pane, in un atteggiamento di servizio e di solidarietà. Ma la barca dei discepoli ha “il vento contrario”. Non è solo il vento che solleva le onde: è il vento della resistenza e dell’opposizione dei discepoli a Gesù. Il “vento contrario” è nel loro cuore. Non vogliono aprirsi a un amore universale.

E quando Gesù, “sul finire della notte”, esce incontro a loro “camminando sul mare”, i discepoli non lo riconoscono. Non considerano reale la sua presenza e gridano spaventati: “È un fantasma”.  Rappresentano una comunità che non confida pienamente in Gesù, nel Dio-con-noi. Quando vede cadere i simboli del suo potere e della sua sicurezza, quando è chiamata a perdere la vita per trovarla veramente, la comunità si lascia sopraffare dalla paura. Le parole di Gesù vogliono tranquillizzarla: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”.

La dichiarazione: “Io sono” è l’identificazione di Dio nell’Antico Testamento, quando comunica a Mosè di aver udito il pianto e il grido del suo popolo schiavo, e di aver deciso di scendere a liberarlo. La presenza del Dio liberatore si manifesta ora in Gesù, e trasmette pace, incoraggiamento, fiducia: “Non abbiate paura!”.

Sarà necessario ricordare queste parole di Gesù nei momenti più bui e difficili della vita, a livello personale e comunitario.

Pietro vuole imitare Gesù nel prodigio di camminare “sulle acque”. Nella sua richiesta c’è il dubbio e la sfida: “Se sei tu”. Gesù gli dice: “Vieni!”. Ma andare da Gesù significa avere fede in lui, essere come la casa costruita sulla roccia, e seguirlo non significa imitarlo in un’esperienza spettacolare, ma nel dono della vita: “Come io vi ho amato”. Solo così il discepolo diventerà come lui, affrontando difficoltà, resistenze, persecuzioni. In Pietro, invece, la violenza del vento e la paura sono più forti, e “comincia ad affondare”. Non ha paura perché sta affondando, ma è la paura che lo fa affondare.  Il suo grido è il nostro grido: il grido di un’umanità che vuole vivere: “Signore, salvami”. È un’invocazione che non deve limitarsi ai momenti di maggiore angoscia, ma divenire espressione di fiducia permanente.

“Subito Gesù tese la mano, lo afferrò”: questa immagine deve sempre accompagnarci: un Gesù che ci tende la mano e ci sostiene, anche quando i dubbi e la sofferenza, o il peso di una croce troppo grande, sembrano affondarci.

Non appena Gesù sale sulla barca, il vento si calma. La resistenza alla missione finisce. Nella barca, nella comunità, riconoscono che Gesù è il Figlio che rivela il Padre: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”.  Seguendolo e realizzando il suo progetto, potremo arrivare ad essere, anche noi, “figli di Dio”.

Padre Bernardino Zanella osm

DOMENICA DICIOTTESIMA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

“Spezzò i pani” (Matteo 14, 13-21)

Di fronte a statistiche che rivelano la terribile dimensione della fame nel mondo, una persona di fede potrebbe facilmente chiedersi: e Dio, dov’è? Perché non interviene per salvare tante vite innocenti?

Non è questa la sede per una riflessione esaustiva su questi problemi, ma qualche luce può venirci dal testo del vangelo di Matteo 14, 13-21:

Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù disse loro: “Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare”. Gli risposero: “Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”. Ed egli disse: “Portatemeli qui”. E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Quando Gesù viene a sapere dell’assassinio di Giovanni Battista da parte di Erode, lascia i suoi discepoli e la folla e si ritira, forse per vivere in solitudine il lutto per la perdita dell’amico, forse per pregare, o per paura e prudenza: “Partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte”. Ma molte persone lo stanno cercando, e percorrono a piedi con grande sacrificio una lunga strada. Gesù ne ha compassione e guarisce i loro malati.

Il vangelo di Matteo presenta una scena che riproduce simbolicamente le condizioni dell’antico esodo. Venuta la sera, i discepoli suggeriscono prudentemente a Gesù di congedare tutti, perché vadano a comprarsi qualcosa da mangiare. E Gesù dà loro questa risposta stupefacente: “Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare”. I discepoli avevano solo cinque pani e due pesci, e riescono a dar da mangiare a cinquemila uomini, “e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene”, come rinnovando il prodigio della manna durante la traversata del deserto.

Potremmo fermarci sull’aspetto spettacolare del miracolo compiuto da Gesù, senza comprendere la forza del messaggio che propone. I discepoli presentano a Gesù il poco che hanno, e non lo tengono per sé, per soddisfare la propria fame. Gesù prende i cinque pani e i due pesci, benedice Dio, riconoscendo che il pane è dono di Dio. È lui che lo dona agli uomini e li ascolta mentre lo invocano: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. E quando gli uomini imparano ad avere un cuore grato e a condividere il pane, si liberano dal loro egoismo e fanno che ci sia pane in abbondanza per tutti. Il vero miracolo, che rende possibile la moltiplicazione dei pani, è il cambiamento del cuore, liberato dall’istinto di accumulare e dalla paura che ciò che c’è non sia sufficiente.

Nel deserto, quando il diavolo aveva tentato Gesù proponendogli di trasformare le pietre in pane, egli si era rifiutato di usare il suo potere a proprio vantaggio; ora cambia il cuore di pietra dei suoi, che pretendevano che ognuno risolvesse i propri problemi come poteva, da solo: “Congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”, e indica la via della solidarietà. Se nel deserto Gesù si è richiamato alla parola di Dio come cibo: “Sta scritto: non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, ora manifesta che questa parola deve produrre frutti di solidarietà e di giustizia tra gli uomini.

I discepoli diedero da mangiare alla moltitudine, secondo le indicazioni di Gesù, servendo tutta la gente seduta “sull’erba”, con la dignità di persone libere, come si usava nella cena pasquale. Forse tutte quelle persone, commosse dall’atteggiamento dei discepoli che mettevano a disposizione di tutti quel poco che avevano, si saranno vergognate del proprio egoismo e avranno tirato fuori dalle tasche e dalle bisacce quel poco che si erano portati per il lungo viaggio. Certamente ci fu pane per tutti. E certamente furono testimoni di un “segno” straordinario.

Il dettaglio che “quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini”, non vuole fare una distinzione tra uomini, donne e bambini, ma dire che seguendo Gesù nel nuovo esodo scompare ogni discriminazione e fragilità, e si diventa persone mature, nutrite dalla parola e mosse dallo Spirito.

I pani distribuiti ci aiutano a capire anche l’eucaristia. I gesti di Gesù sono gli stessi dell’Ultima Cena, che la comunità cristiana ripete nella celebrazione dell’eucaristia: “Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli”. Gesù si fa pane, e attraverso questo segno manifesta il dono di sé: corpo offerto, sangue versato. La condivisione del pane dell’eucaristia ci rende capaci di essere artefici della condivisione dei beni, di farci pane per la vita di tutti, e di avere l’intelligenza e la volontà di aprire strade per una società più giusta ed equa, dove nessuno sia escluso dalla mensa della vita.

La moltiplicazione dei pani è ora compito nostro. La tentazione è di ridurla a riti, con cerimonie solenni e ornamenti preziosi.

Padre Bernardino Zanella osm

DOMENICA DICIASSETTESIMA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

“Un tesoro nascosto” (Matteo 13, 44-52)

Le parabole che troviamo nel vangelo di Matteo, non sono semplici artifici didattici per una più facile comprensione di un insegnamento. Gesù ci indica un modo nuovo di concepire la vita, di darle senso, ci propone il progetto di una società nuova, giusta e solidale, che egli chiama “il regno di Dio” e ci costringe a riflettere profondamente per scoprirne il senso e le dinamiche. Questo messaggio innovativo e profondo, paradossalmente, lo possono comprendere solo persone “umili e semplici”. I “sapienti e dotti”, che hanno la mente e il cuore occupati dalla loro sapienza e dai loro interessi, potranno certamente capire molte cose teoricamente, ma non sarà facile per loro dare la piena adesione a Gesù e seguire i suoi passi.

Sul regno di Dio leggiamo tre parabole di Gesù, semplici ed enigmatiche allo stesso tempo, nel vangelo di Matteo 13, 44-52:

Gesù disse alla folla:Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.

Avete compreso tutte queste cose?”. Gli risposero: “Sì”. Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.

Come un tesoro nascosto o una perla di grande valore: così è il regno di Dio. Ci sono persone che lo trovano per puro caso, a volte a causa di qualche avvenimento imprevisto, felice o doloroso, o a causa di un’esperienza molto significativa. Altre persone possono trovarlo come risultato di una lunga e paziente ricerca, avendo sperimentato l’insufficienza di altri percorsi. Ciò che qualifica la scoperta è la reazione di chi lo trova: “Pieno di gioia, vende tutti i suoi averi”. Non c’è niente di più importante ora per lui, solo il tesoro trovato, o la perla di grande valore: il regno di Dio è l’unica cosa che conta. La gioia e l’entusiasmo di aver scoperto il valore più grande e più attraente lo travolgono, quasi lo costringono a mettersi su questa strada, ad occuparsi della costruzione del Regno come unico obiettivo della vita, relativizzando tutto: interessi, prestigio, potere, beni, divertimenti, affetti, salute e la vita stessa.

Fare che Dio sia re della nostra vita non è solo frutto di buona volontà. Solo se siamo “pieni di gioia”, profondamente innamorati, possiamo donarci veramente a Gesù e al suo progetto. Attratti e sedotti da lui, possiamo anche annunciarlo coraggiosamente e condividere la nostra gioia con altri.

“Vende tutti i suoi averi”, perché “non si può servire due padroni: Dio e il denaro”. Anche chi ha trovato “la perla di grande valore” ha bisogno di denaro per vivere in questa società, ma il proprietario del suo cuore sarà Dio. Chi ha scoperto la perla appartiene a lui e segue Gesù, come i primi discepoli, che “lasciando tutto, lo seguirono”. Non si lascia tutto per disprezzo delle cose o come prezzo da pagare, ma per l’accoglienza di un dono più grande, che attende la totale adesione e al quale tutto deve essere subordinato.

L’altra parabola, sulla “rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci”, sembra orientarci verso la paura del giudizio finale, quando “verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni” e getteranno i cattivi “nella fornace ardente”. Forse questa era la preoccupazione di san Matteo, che aveva una comunità un po’ addormentata, bisognosa di essere scossa e incoraggiata. In realtà, lo scopo di questo paragone è simile a quello della parabola del grano e della zizzania. Convivono nella società, nella comunità cristiana e nei nostri stessi cuori, il bene e il male. Siamo chiamati a fare un processo di illuminazione e di pacificazione personale e comunitaria, senza giudicare nessuno, senza imporre il bene a nessuno, facendo crescere il bene e la giustizia secondo i ritmi e i percorsi di ciascuno e lasciando a Dio il giudizio ultimo. Più che uno sguardo verso il giudizio futuro, è un insegnamento per il presente, per impegnare la nostra vita. Tutto l’enorme lavoro e la pena di chi nel mondo idolatra il denaro e il potere avrà un esito inconsistente, degno di essere bruciato come paglia. I membri della comunità, se non producono oggi frutti buoni con opere concrete, diventano sconosciuti: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, operatori di male”.

La conclusione di tutto il discorso in parabole sul regno di Dio, nel vangelo di Matteo, apre un orizzonte universale. Le tradizioni religiose del popolo ebraico e di tutti i popoli sono patrimoni importanti, che arricchiscono il progetto del Regno. Il discepolo sa armonizzare “cose nuove e cose antiche”, il messaggio di Gesù e i valori delle culture del popolo a cui appartiene.

Padre Bernardino Zanella osm

DOMENICA SEDICESIMA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

“Chi ha orecchi, ascolti!” (Matteo 13, 24-43)

Gesù ci offre un modo diverso di vivere, non secondo i criteri comuni, ma secondo un progetto di umanizzazione, che egli manifesta con la sua vita e il suo insegnamento: un cammino di servizio e di solidarietà, fino a dare la vita. Quando parla del “regno di Dio”, intende dire che se riusciamo ad aprire progressivamente i nostri cuori alla sua proposta e a realizzarla, Dio sarà il re della nostra vita e non avremo altri padroni o proprietari.

Gesù offre a tutti questa possibilità, che può essere accettata o respinta. Lo spiega con paragoni, con parabole, come leggiamo nel vangelo di Matteo 13, 24-43:

Gesù espose loro un’altra parabola, dicendo: Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”.

Espose loro un’altra parabola, dicendo: “Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami”.

Disse loro un’altra parabola: “Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata”.

Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: “Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”.

Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: “Spiegaci la parabola della zizzania nel campo”. Ed egli rispose: “Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!”.

Nella prima parabola vediamo due seminatori: il Figlio dell’uomo, e il nemico, il Maligno; e due tipi di semi: buoni semi di grano ed erba cattiva, la zizzania. I due seminatori seminano i loro diversi semi nell’unico campo, che è il mondo. Dai loro semi crescono i buoni e i cattivi. Questa è la realtà in cui viviamo: un mondo complesso, dove alcuni vivono un messaggio d’amore, e altri sono mossi da altri interessi e istinti. La divisione tra buoni e cattivi non passa attraverso le istituzioni di appartenenza, ma attraverso il cuore di ciascuno. E nel cuore stesso di ciascuno possono crescere contemporaneamente grano buono e zizzania. All’interno della stessa comunità dei seguaci di Gesù è possibile questa convivenza. Forse questa era la preoccupazione pastorale di Matteo, quando scriveva il suo vangelo: una chiesa allo stesso tempo santa e peccatrice.

Ci indigniamo perché vorremmo vedere una comunità cristiana più generosa e piena di entusiasmo, più umile e povera, e invece a volte ci muoviamo con la stessa logica del mondo, dominati dagli stessi istinti di potere, di accumulazione, procurando di essere serviti, tenendoci aggrappati ai nostri privilegi, per i quali lottiamo usando anche il nome di Dio invano.

Ci addolora vedere questo groviglio di grano e zizzania nella stessa chiesa, con la zizzania che sfrutta il terreno destinato al buon grano, o più dolorosamente, con il grano considerato a volte zizzania. Il comando di Gesù è sorprendente: “Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme”. Rispetto e tolleranza: fare tutto ciò che è in nostro potere per fare il bene, lottando per la giustizia e la pace, per seguire Gesù che “passò facendo il bene”, senza imporre nulla a nessuno, nemmeno lo stesso bene.

C’è un altro racconto, la parabola del granello di senape, con cui Gesù ci parla del dinamismo, della forza con cui cresce il regno di Dio. È una parabola illuminante di fronte allo scoraggiamento di alcuni che sono angosciati per il processo di secolarizzazione della società attuale, la perdita di valori, la diminuzione della pratica religiosa nelle nuove generazioni, la mancanza di vocazioni sacerdotali e religiose. Stiamo vivendo un processo di transizione che deve essere assunto con grande pace e saggezza. Le grandi trasformazioni culturali e sociali in atto hanno bisogno di molto tempo perché prenda forma una nuova società, che forse sarà sempre in un rinnovamento permanente. Può anche significare una profonda crisi della chiesa, così come si è strutturata nel corso dei secoli, ma non sarà la fine del regno di Dio. Il seme è dotato di un suo intrinseco dinamismo.

Il regno di Dio è come un granello di senape, ci dice Gesù. È il più piccolo di tutti i semi, “ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero”. Non un orgoglioso cedro del Libano che domina tutti gli alberi, ma una semplice pianta dell’orto, che spicca solo tra gli ortaggi, ma capace di offrire ospitalità agli uccelli del cielo. Nessun progetto di grandezza e dominio su tutti i popoli, come nel sogno del messianismo ebraico, ma lo stabilirsi di un’umile casa che accoglie e protegge.

Una terza parabola o paragone ci parla del lievito. Senza dubbio Gesù ricorda un’esperienza familiare, in cui “una donna”, sua madre, mescolava un po’ di lievito, “in tre misure di farina”, per fare il pane. Come il lievito, il regno di Dio è efficace e può trasformare l’umanità, senza apparire, ma scomparendo e agendo silenziosamente dall’interno della massa.

Gli insegnamenti di queste parabole possono liberarci dall’angoscia e dalla paura e darci una grande pace, che ci permetta di essere una presenza attiva e trasformatrice nel mondo di oggi, liberi dalla tentazione del potere e del prestigio, ispirati solo dalla segreta efficacia della Parola di Dio e fiduciosi nell’energia del suo Regno.

Padre Bernardino Zanella osm

Riportiamo in seguito il decreto dell’indulgenza plenaria promulgato il 29 gennaio 2026.

DOMENICA QUINDICESIMA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

“Sul terreno buono” (Matteo 13, 1-23)

Un linguaggio narrativo, ricco di immagini e di simboli, molto spesso è più efficace di un’esposizione diretta e freddamente razionale di idee. Anche Gesù usa spesso delle metafore, che chiamiamo parabole. La parabola non sempre favorisce una comprensione immediata. Nel vangelo di Matteo sembra che Gesù parli in parabole per costringere le persone a pensare, a riflettere, per scoprirne il senso nascosto. Gli schemi mentali comuni, che spesso riproduciamo per convenzione e pigrizia, portano a ripetere delle idee, come l’idea che il popolo di Israele aveva del Messia, che doveva essere un potente conquistatore. Con paragoni e simboli tratti dalla vivacità della vita quotidiana, Gesù cerca di trasmettere un’immagine differente del Messia e di Dio stesso. Con il linguaggio in parabole ci parla del regno di Dio.

Leggiamo nel vangelo di Matteo, 13, 1-23:

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.

Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti”.

Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”. Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!

Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!

Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno”.

Seduto sulla barca, Gesù parla alla folla con l’autorità del Maestro. La parabola del seminatore è ben nota, e Gesù stesso la spiega ai suoi discepoli. Essi appartengono a quei “piccoli” ai quali il Padre ha voluto rivelare i segreti del regno di Dio, nascondendoli, invece, “ai sapienti e ai dotti”.

Il seminatore è Dio, che in Gesù ci offre il buon seme della sua parola, perché possiamo conoscere e fare nostra la via del regno di Dio ed essere felici. Il seme incontra molte difficoltà, resistenze, opposizioni per poter germogliare e crescere. A volte sembra che in questo mondo sia destinato al fallimento totale. Invece, questa parabola assicura che il seme della Parola ha un’energia irresistibile e una possibilità di successo straordinario e spettacolare: un grano che normalmente potrebbe produrre altri sette o otto grani, arriverà a produrne altri cento, o sessanta, o trenta. È una parabola che trasmette un messaggio di speranza nella potenza della Parola e nella realizzazione del progetto di Gesù.

Ci sono diversi tipi di terra che ricevono il seme, quattro atteggiamenti che possono appartenere a quattro persone differenti o alla stessa persona in momenti diversi.

C’è un terreno duro, impermeabile, che resiste al messaggio di Gesù e pensa solo ai propri interessi. Il seminatore è generoso: getta il seme con speranza. Chissà? Ci può essere qualche piccola fessura in cui il seme può penetrare. Dove il terreno non si apre, se il messaggio non viene accolto, il Maligno, il tentatore lo porta via: rimane solo la sua proposta tentatrice, come le tentazioni di gloria e di potere che Gesù ha conosciuto e vinto nel deserto.

C’è un altro tipo di terreno: il seme cade su un terreno sassoso. È la persona superficiale, di facile entusiasmo, che magari è attratta dal messaggio di Gesù perché lo sente come la vera risposta alle sue inquietudini più profonde, ma subito lo dimentica e cede alla prima difficoltà. “Non ha in sé radici”, è “incostante”. È come colui che costruisce la sua casa senza fondamenta, sulla sabbia. La grazia, il dono più difficile e più necessario oggi è la costanza, la perseveranza, in questa società superficiale, dell’apparire, dell’usa e getta, di ciò che piace al momento: come può realizzarsi un vero impegno per il cambiamento?

Un terzo tipo di terreno è quello in cui crescono le spine. È un terreno fertile, perché le spine crescono bene e germoglia anche il seme che è stato seminato. Si tratta di una persona buona, ben disposta, che accoglie la buona notizia del Regno e vuole incarnarlo nella sua vita. Ma “la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza” fanno sì che la sua mente e le sue energie vengano incanalate in un’altra direzione. Forse è la condizione di molti discepoli di Gesù. Non lo rifiutano, non sono cattivi, ma non hanno tempo. Molte cose, tante “preoccupazioni” impediscono un vero impegno di fede che animi tutta la vita. E poco per volta diventano spiritualmente sterili.

E infine c’è un buon terreno, che accoglie il seme e produce frutto abbondante. È la persona che ascolta la Parola di Dio e la mette in pratica. Costruisce la sua casa sulla roccia. È la via della vera felicità, che la stessa Madre di Gesù ha dovuto imparare. Quando una donna gridò a Gesù: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allevato”, egli rispose: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”: una felicità aperta a tutti, nella conoscenza della Parola di Dio che si è rivelata in Gesù, nell’attenzione alla Parola che si manifesta nella storia, e nell’ascolto della Parola che vive nel cuore di ognuno e nella sorprendente bellezza della creazione.

Padre Bernardino Zanella osm

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